Casselleria

Venezia


 




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SWIFT, UNA MODESTA PROPOSTA una breve opera di J. Swift. Scritta nel 1729, Una modesta proposta mira a \“impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro paese\” e a \“renderli utili alla comunit\à\”. J. Swift, Una modesta proposta \È cosa ben triste, per quanti passano per questa grande citt\à o viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in citt\à, sia fuori, e le porte delle capanne, affollate di donne che domandano l\’elemosina seguite da tre, quattro o sei bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano cos\í i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilit\à di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro ad elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro, o lasciano il loro amato Paese natio per andarsene a combattere per il pretendente al trono di Spagna, o per offrirsi in vendita ai Barbados. Penso che tutti i partiti siano d\’accordo sul fatto che tutti questi bambini, in quantit\à enorme, che si vedono in braccio o sulla schiena o alle calcagna della madre e spesso del padre, costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana ed utile della comunit\à, acquisterebbe tali meriti presso l\’intera societ\à, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese. Io tuttavia non intendo preoccuparmi soltanto dei bambini dei mendicanti di professione, ma vado ben oltre: voglio prendere in considerazione tutti i bambini di una certa et\à, i quali siano nati da genitori in realt\à altrettanto incapaci di provvedere a loro, di quelli che chiedono l\’elemosina per le strade. Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo. \é vero, un bambino appena partorito dalla madre pu\ò nutrirsi del suo latte per un intero anno solare con l\’aggiunta di pochi altri alimenti, per un valore massimo di spesa non eccedente i due scellini, somma sostituibile con l\’equivalente in avanzi di cibo, che la madre si pu\ò certamente procurare nella sua legittima professione di mendicante; ma \è appunto quando hanno l\’et\à di un anno che io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anzich\é essere di peso ai genitori o alla parrocchia, o essere a corto di cibo e di vestiti per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione e in parte al vestiario di migliaia di persone. Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedir\à gli aborti procurati e l\’orribile abitudine, che hanno le donne, di uccidere i loro bambini bastardi; abitudine, ahim\è, troppo comune fra di noi; si sacrificano cos\í queste povere creature innocenti, io credo, pi\ú per evitare le spese che la vergogna, ed \è cosa, questa, che muoverebbe a lacrime di compassione anche il cuore pi\ú barbaro ed inumano. Di solito si calcola che la popolazione di questo Regno sia attorno al milione e mezzo, ed io faccio conto che, su questa cifra, vi possano essere circa duecentomila coppie, nelle quali la moglie sia in grado di mettere al mondo figli; da queste tolgo trentamila, che sono in grado di mantenere i figli, anche se temo che non possano essere tante, nelle attuali condizioni di miseria; ma, pur concedendo questa cifra, restano centosettantamila donne feconde. Ne tolgo ancora cinquantamila, tenendo conto delle donne che non portano a termine la gravidanza o che perdono i bambini per incidenti o malattia entro il primo anno. Restano, nati ogni anno da genitori poveri, centoventimila bambini. Ed ecco la domanda: come \è possibile allevare questa moltitudine di bambini, e provvedere loro? Come abbiamo gi\à visto, nella situazione attuale questo \è assolutamente impossibile, usando tutti i metodi finora proposti. Infatti non possiamo impiegarli n\é come artigiani, n\é come agricoltori, perch\é noi non costruiamo case (intendo dire in campagna), n\é coltiviamo la terra; ed essi possono ben di rado guadagnarsi da vivere rubando finch\é non arrivano all\’et\à di sei anni, salvo che non posseggano doti particolari; anche se, lo debbo ammettere, imparano i rudimenti molto prima di quell\’et\à. Ma in questo periodo essi possono essere considerati propriamente solo degli apprendisti, come mi ha spiegato un personaggio eminente della contea di Cavan; il quale appunto mi ha dichiarato che non gli capit\ò mai di imbattersi in pi\ú di uno o due casi al di sotto dell\’et\à di sei anni, pur in una parte del Regno tanto rinomata per la precocit\à in quest\’arte. I nostri commercianti mi hanno assicurato che i ragazzi e le ragazze al disotto dei dodici anni non costituiscono merce vendibile, e che anche quando arrivano a questa et\à non rendono pi\ú di tre sterline o, al massimo, tre sterline e mezza corona, al mercato; il che non pu\ò recar profitto n\é ai genitori n\é al Regno, dato che la spesa per nutrirli e vestirli, sia pure di stracci, \è stata di almeno quattro volte superiore. Io quindi presenter\ò ora, umilmente, le mie proposte che, voglio sperare, non solleveranno la minima obiezione. Un Americano, mia conoscenza di Londra, uomo molto istruito, mi ha assicurato che un infante sano e ben allattato all\’et\à di un anno \è il cibo pi\ú delizioso, sano e nutriente che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno, o lessato; ed io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al rag\ú. Espongo allora alla considerazione del pubblico che, dei centoventimila bambini gi\à calcolati, ventimila possono essere riservati alla riproduzione della specie, dei quali sono un quarto maschi, il che \è pi\ú di quanto non si conceda ai montoni, ai buoi ed ai maiali; ed il motivo \è che questi bambini sono di rado frutto del matrimonio, particolare questo che i nostri selvaggi non tengono in grande considerazione, e, di conseguenza, un maschio potr\à bastare a quattro femmine. I rimanenti centomila, all\’et\à di un anno potranno essere messi in vendita a persone di qualit\à e di censo in tutto il Regno, avendo cura di avvertire la madre di farli poppare abbondantemente l\’ultimo mese, in modo da renderli rotondetti e paffutelli, pronti per una buona tavola. Un bambino render\à due piatti per un ricevimento di amici; quando la famiglia pranzer\à da sola, il quarto anteriore o posteriore sar\à un piatto di ragionevoli dimensioni e, stagionato, con un po\’ di pepe e sale, sar\à ottimo bollito al quarto giorno, specialmente d\’inverno. Ho calcolato che, in media, un bambino appena nato venga a pesare dodici libbre e che in un anno solare, se nutrito passabilmente, arrivi a ventotto. Ammetto che questo cibo verr\à a costare un po\’ caro, e sar\à quindi adattissimo ai proprietari terrieri, i quali sembra possano vantare il maggior diritto sui bambini, dal momento che hanno gi\à divorato la maggior parte dei genitori. La carne di bambino sar\à di stagione per tutta la durata dell\’anno, ma sar\à pi\ú abbondante in marzo, e un po\’ prima dell\’inizio e dopo la fine di quel mese. Ci informa infatti un autore serissimo [Rabelais], eminente medico francese, che, essendo il pesce una dieta favorevole alla prolificit\à, nei paesi cattolici ci sono pi\ú bambini nati circa nove mesi dopo la Quaresima di quanti non ce ne siano in qualunque altro periodo dell\’anno; di conseguenza, un anno dopo la Quaresima il mercato sar\à pi\ú fornito del solito, perch\é il numero dei bambini dei Papisti \è almeno di tre contro uno, in questo paese; ricaveremo quindi parallelamente un altro vantaggio, quello di far diminuire il numero dei Papisti in casa nostra. Ho gi\à calcolato che il costo di allevamento per un infante di mendicanti (nella quale categoria faccio entrare tutti i contadini, i braccianti ed i quattro quinti dei mezzadri) \è di circa due scellini all\’anno, stracci inclusi; ed io penso che nessun signore si lamenter\à di pagare dieci scellini il corpo di un bambino ben grasso che, come ho gi\à detto, pu\ò fornire quattro piatti di ottima carne nutriente per quando abbia a pranzo qualche amico di gusti difficili, da solo o con la famiglia. Il proprietario di campagna imparer\à cos\í ad essere un buon padrone ed acquister\à popolarit\à fra gli affittuari, la madre avr\à dieci scellini di profitto netto e sar\à in condizione di lavorare finch\é generer\à un altro bambino. I pi\ú parsimoniosi (ed io confesso che la nostra epoca ne ha bisogno) potrebbero scuoiare il corpo, la cui pelle, trattata artificialmente, d\à meravigliosi guanti per signora e stivaletti estivi per signori eleganti. Per quanto concerne la nostra citt\à di Dublino, nelle parti pi\ú acconce, potrebbero apprestarsi mattatoi per codesta bisogna; e possiamo star certi che non mancheranno i macellai; anche se io vorrei raccomandare di comperar vivi i bambini e di prepararli caldi, appena finito di usare il coltello, come si fa per arrostire i maiali. Una degnissima persona, che ama veramente il suo Paese, e le cui virt\ú tengo in grande considerazione, si compiacque di recente, parlando di questo argomento, di suggerire un perfezionamento al mio progetto. Egli diceva che, dal momento che molti gentiluomini del Regno in questi ultimi tempi hanno distrutto la selvaggina, pensava che sarebbe stato possibile ovviare alla mancanza di cacciagione procurando corpi di giovinetti e fanciulle non al di sopra dei quattordici anni e non al di sotto dei dodici: dato che tanto sono quelli, sia dell\’uno che dell\’altro sesso, che sono avviati a morire di fame per mancanza di lavoro o di assistenza: ed i genitori, se ancora in vita, oppure i parenti pi\ú prossimi, sarebbero ben lieti di liberarsi di loro. Tuttavia, pur con tutta la deferenza per un cos\í eccellente amico e per un patriota di tanto merito, non posso essere completamente d\’accordo con lui. Per quanto riguarda i maschi, un Americano di mia conoscenza, che ha avuto modo di farne esperienza frequente, mi ha assicurato che la carne era generalmente magra e coriacea come quella dei nostri scolari, a cagione del troppo esercizio fisico, e che il sapore era sgradevole e non valeva la pena di ingrassarli. Per quanto riguarda le femmine poi, io sono umilmente del parere che in questo modo si procurerebbe un danno alla comunit\à intera, perch\é tra breve esse sarebbero divenute feconde. D\’altra parte non improbabile che persone scrupolose possano criticare severamente una pratica di questo genere (bench\é del tutto ingiustamente, com\’\è ovvio), considerandola come qualcosa che rasenti la crudelt\à; e confesso che, nel caso mio, questa \è sempre stata la pi\ú forte obiezione ad ogni progetto, anche se presentato con le migliori intenzioni. Ma debbo dire, a giustificazione del mio amico, che egli mi confess\ò che questo espediente gli fu suggerito dal famoso Salmanazar, nativo dell\’isola di Formosa, il quale venne a Londra pi\ú di venti anni fa e, parlando con lui, gli disse che al suo Paese, quando accadeva che qualche giovane fosse condannato a morte, il boia vendeva il cadavere a qualche personaggio importante, come leccornia di prima qualit\à, e che, ai suoi tempi, il corpo di una ragazza paffutella sui quindici anni, che era stata crocifissa per tentato avvelenamento del re, era stato venduto al primo ministro di Sua Maest\à Imperiale e ad altri grandi mandarini della corte, a fette, appena tolta dalla forca, per quattrocento corone. Effettivamente, non posso negare che se si facesse la stessa cosa con parecchie ragazze ben nutrite di questa citt\à, le quali, senza un soldo in loro possesso, non vanno fuori di casa se non in portantina, e si fanno vedere a teatro ed alle riunioni coperte di abiti vistosi venuti dall\’estero, che non saranno mai loro a pagare, il Regno non andrebbe certo avanti peggio di ora. Alcune persone, portate allo scoraggiamento, si preoccupano molto della grande quantit\à di poveri in et\à avanzata, ammalati e storpi, e mi si \è chiesto di indirizzare le mie riflessioni alla ricerca di metodi atti a sollevare la nazione di un peso tanto gravoso. Per\ò questa faccenda non mi preoccupa punto, perch\é \è noto che muoiono e vanno in putrefazione ogni giorno per freddo e fame, per la sporcizia ed i pidocchi, con una rapidit\à che si pu\ò considerare ragionevole. Quanto ai braccianti pi\ú giovani, va detto che la loro attuale situazione non offre maggiori speranze. Non possono trovare lavoro e, di conseguenza, deperiscono per mancanza di nutrizione, a tal segno che, se viene loro affidato un qualsiasi comune lavoro, non sono in grado di farlo: e cos\í il Paese e loro stessi vengono ad essere felicemente liberati dei mali a venire. La digressione \è stata troppo lunga, e quindi ora torno al mio argomento. Io ritengo che i vantaggi offerti dalla mia proposta siano molti e pi\ú che evidenti, ed anche della massima importanza. Primo: come ho gi\à osservato, diminuirebbe enormemente il numero dei Papisti dai quali siamo infestati annualmente, dato che, nella nazione, sono quelli che fanno pi\ú figli, oltre ad essere i nostri nemici pi\ú pericolosi; e se restano in Patria, lo fanno di proposito, per consegnare il Regno al Pretendente, sperando di trarre vantaggio dall\’assenza di tanti buoni protestanti, che hanno preferito abbandonare il loro Paese piuttosto che starsene a casa a pagare le decime contro coscienza ad un coadiutore del vescovo. Secondo: i poveri affittuari avranno dei beni di loro propriet\à che, per legge, potranno essere resi suscettibili di sequestro ed aiutare a pagare l\’affitto al padrone, dal momento che grano e bestiame sono gi\à stati confiscati ed il denaro \è cosa del tutto sconosciuta. Terzo: previsto che il mantenimento di circa centomila bambini dai due anni in su non pu\ò essere calcolato di un costo inferiore a dieci scellini l\’anno per ogni capo, il patrimonio della nazione aumenter\à in questo modo di cinquantamila sterline l\’anno, senza tener conto della nuova pietanza introdotta nelle mense di tutti i signori del Regno che siano di gusti raffinati; ed il denaro circoler\à fra di noi, essendo l\’articolo completamente di nostra produzione e lavorazione. Quarto: i produttori regolari, oltre al guadagno di otto scellini buoni, ottenuti annualmente con la vendita dei bambini, si libereranno del peso di mantenerli dopo il primo anno di et\à. Quinto: questa nuova pietanza porter\à anche molti consumatori alle taverne, e gli osti avranno certamente la precauzione di procurarsi le migliori ricette per prepararla alla perfezione; quindi i loro locali saranno frequentati da tutti i signori di rango, che giustamente vengono valutati in base alla conoscenza che hanno della buona cucina; ed un cuoco esperto, che sappia come conquistarsi il favore della clientela, far\à in modo di mantenere un prezzo che li sapr\à soddisfare. Sesto: si avrebbe un grande incoraggiamento al matrimonio, che tutte le nazioni di buon senso hanno cercato di favorire con premi, o imposto con leggi ed ammende. Aumenterebbe la cura e la tenerezza delle madri per i bambini, quando fossero sicure di una sistemazione certa sin dall\’inizio, e procurata in qualche modo dalla comunit\à a loro annuo profitto, anzich\é, a loro carico; e ben presto avremmo modo di vedere un\’onesta emulazione fra le donne sposate nel portare al mercato il bambino pi\ú grasso. Gli uomini, durante la gravidanza della moglie, le sarebbero affezionati tanto quanto lo sono ora alla cavalla, alla mucca o la scrofa prossima a figliare, n\é la minaccerebbero di pugni e di calci (cosa purtroppo frequente nella pratica), per timore di un aborto. Potrebbero elencarsi molti altri vantaggi. Ad esempio, l\’aumento di qualche migliaio di esemplari nella nostra esportazione di manzo in barile, la maggior diffusione della carne di porco, ed un miglioramento nell\’arte di fare il buon prosciutto che si trova in quantit\à tanto scarsa a cagione del grande consumo che facciamo di maialini da latte, una pietanza troppo frequente nelle nostre mense che tuttavia non \è neppure alla lontana paragonabile, sia per il sapore sia per la figura che fa, a quella fornita da un bambino di un anno, grasso e ben pasciuto: il quale, arrostito intero, far\à una splendida figura alla festa del sindaco della citt\à o a qualsiasi altro ricevimento pubblico. Ma questo ed altro voglio tralasciare, preoccupandomi di esser conciso. Supponendo che mille famiglie in questa citt\à comperino costantemente carne di bambino, in aggiunta ad altri che potrebbero acquistarla in liete circostanze, particolarmente per i matrimoni e per i battesimi, calcolo che Dublino consumerebbe annualmente circa ventimila esemplari, ed il resto del Regno (in cui probabilmente verrebbe venduta ad un prezzo lievemente inferiore) i rimanenti ventimila. Io non prevedo obiezione possibile alla mia proposta, a meno che non si insista nel dire che la popolazione del Regno in questo modo dimunuirebbe notevolmente. Lo ammetto ben volentieri, ed \è questo, di fatto, uno degli scopi principali della mia proposta. Prego il lettore di osservare che il mio rimedio \è destinato soltanto ed unicamente a questo Regno d\’Irlanda e a nessun altro che sia mai esistito, che esista o abbia ad esistere nel futuro sulla terra. Che quindi non mi si parli di altri espedienti: di tassare di cinque scellini la sterlina i proprietari che non si curano delle loro terre; di non usare abiti o mobili di casa che non siano di nostra produzione e lavorazione; di respingere tutti i materiali e gli strumenti che favoriscano il lusso straniero; di guarire le nostre donne dalla mania delle spese che fanno per orgoglio, vanit\à, pigrizia e passione del gioco; di introdurre una vena di parsimonia, prudenza e temperanza; di imparare ad amare il nostro Paese, cosa in cui siamo diversi persino dai Lapponi e dagli abitanti di Topinambu; di abbandonare la nostra animosit\à e la faziosit\à, e di non comportarci pi\ú come gli Ebrei, che si scannavano l\’un l\’altro persino nel momento in cui la loro citt\à veniva presa; di stare un po\’ pi\ú attenti a non vendere il nostro Paese e la nostra coscienza per niente; di insegnare ai proprietari ad avere almeno un po\’ di piet\à per i loro affittuari. Infine, di far entrare un po\’ di onest\à, di operosit\à e di capacit\à nello spirito dei nostri bottegai i quali, se potesse ora esser presa la decisione di comprare soltanto merce nostra, si unirebbero immediatamente per imbrogliarci e ricattarci sul prezzo, sulla misura e sulla qualit\à, n\é si sono mai potuti indurre a fare qualche proposta commerciale onesta e decente, nonostante siano stati spesso e calorosamente invitati. Pertanto, ripeto, che nessuno venga a parlarmi di questi espedienti o di altri del genere, finch\é non abbia almeno un barlume di speranza che vi possa essere qualche generoso e sincero tentativo di metterli in pratica. Quanto a me, stanco com\’ero di offrirvi utopie inutili ed oziose, alla fine disperavo ormai del successo: quando per fortuna mi \è venuta in mente questa proposta che, essendo interamente nuova, presenta alcunch\é di solido e di concreto, \è di nessuna spesa e di poco disturbo, rientra pienamente nelle nostre possibilit\à di attuazione, e non fa correre il rischio di recar torto all\’Inghilterra. Infatti questo tipo di merce non tollera l\’esportazione, perch\é la carne \è di consistenza troppo tenera per consentire una lunga durata nel sale; anche se forse io potrei nominare un Paese che sarebbe ben contento di mangiarsi per intero tutta la nostra nazione anche senza questo condimento. Dopo tutto, non sono cos\í tenacemente avvinto alla mia idea da rifiutare qualsiasi proposta che venga fatta da persone di buon senso, che sia altrettanto innocente, facile da mettersi in pratica, efficace e di poco costo. Ma prima che qualcosa del genere venga presentato in concorrenza con il mio progetto, offrendo qualcosa di meglio, desidero che l\’autore, o gli autori, abbiano la cortesia di ponderare a lungo due punti. Primo: stando le cose come stanno, come potranno trovare cibo e vestiti per centomila bocche e spalle inutili. Secondo: esiste in questo Regno circa un milione di creature in sembianze umane, le quali, pur mettendo insieme tutti i loro mezzi di sussistenza, resterebbero con un debito di due milioni di sterline; mettiamo i mendicanti di professione insieme con la massa di agricoltori, braccianti e giornalieri che, con le loro donne ed i bambini, sono mendicanti di fatto: ed io invito quei politici, ai quali non garba il mio progetto, e che forse avranno il coraggio di azzardare una risposta, ad andare a chiedere prima di tutto ai genitori di questi mortali se non pensino, oggi come oggi, che sarebbe stata una grande fortuna quella di essere andati in vendita come cibo di qualit\à all\’et\à di un anno, alla maniera da me descritta, evitando cos\í tutta una serie di disgrazie come quelle da loro patite, per l\’oppressione dei padroni, l\’impossibilit\à di pagare l\’affitto senza aver denaro o commerci di qualche sorta, la mancanza dei mezzi pi\ú elementari di sussistenza, di abitazione e di abiti per ripararsi dalle intemperie, con la prospettiva inevitabile di lasciare per sempre in eredit\à alla loro discendenza questi medesimi triboli, se non peggiori. Dichiaro con tutta la sincerit\à del mio cuore che non ho il minimo interesse personale a cercar di promuovere quest\’opera necessaria e che non sono mosso da altro motivo che il bene generale del mio Paese, nel miglioramento dei nostri commerci, nell\’assistenza ai piccoli e l\’aiuto ai bisognosi, e nella possibilit\à di offrire qualche piacevole passatempo agli abbienti. Io non ho bambini dai quali posso propormi di ricavare qualche soldo: il pi\ú piccolo ha nove anni, e mia moglie ha ormai passata l\’et\à di averne ancora.
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un vecchio appunto. ora ancora attuale, credo.
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da qui si evince ancora una volta che a differenza di quanto affermano la denuncia non l'ha fatta il sottoscritto anzi esattamente il contrario. Chi si \è rifiutato di incontrarmi ed ha risposto con una denuncia?
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non invento nulla e non mi fa di certo piacere, gianni non ha il dna di mio pap\à.
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solo per la precisione chi \è che si attribuisce altro nominativo?
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come mai il giudice non ha voluto accettare e visionare questo elemento mi pare incontrovertibile la denominazione a questo si aggiunga il testo autografo sul retro.
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per ben due magistrati la mia regolare iscrizione alla camera del commercio non \è valida, non ho diritto a questa denominazione mai rivendicata da nessuno fino al 2007. Non posso dire nulla rischio la lesa maest\à.
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ho deciso di non ristampare pi\ù il mio volumetto, accontento quella minoranza che mi condivide. ANCHE QUESTA \È VENEZIA Tu lo seguisti senza una ragione, come un ragazzo insegue l\’aquilone. FABRIZIO DE ANDR\È Ti ho guardato. Ti ho scrutato. Ti ho udito. Mi sono allontanato da te di alcuni passi, ma non ti ho mai abbando-nato. Non te ne sei accorta, eppure ti ho osservato, nei tuoi movimenti, nei lampi di luce riflessa dai tuoi occhi, nei tuoi improvvisi cambi d\’espres\­sione ed anche ascoltando il fluire e le pause del tuo respiro. Eri introversa, dubbiosa, muta, chiusa, inespugnabile, ma non auste\­ra. Col mio entusiasmo ti ho coinvolto. Accompagnata. Quasi obbligata. Con tono perentorio, che non lasciava spazio a repliche, conoscendo Venezia e la vanit\à, ti avevo invitato a calzare un paio di scarpe como\­de. Hai accettato senza fare commenti. Usciti da casa, in campo San Lorenzo, abbiamo proseguito lungo la fondamenta di San Giorgio degli Schiavoni, attraversato il ponte della Com\­menda (edificato nel primo decennio del novecento) e guardato veloce\­mente la facciata della Scuola Dalmata, chiamata comunemente San Giorgio degli Schiavoni. Bella, s\ì ... Una come tante altre ... Che cosa c\’\è di straordinario? Nulla di particolare. Questo il pensiero di sufficienza che ho visto transitare nei tuoi oc\­chi. D\’impulso, coerente col mio carattere particolarmente emotivo, avrei voluto risponderti che nulla a Venezia si ripete, che nulla \è eguale a se stesso, neppure la medesima facciata. Che Venezia \è il nulla e che il nulla \è tutto. Avrei potuto invitarti a fermarti per un minuto e chiederti di chiudere gli occhi. E poi, subito dopo, chiederti di descrivere, sempre ad occhi chiusi, ci\ò che avevi appena visto. Ma non era ancora giunto il momento. Non mi avresti capito. Una realt\à sempre eguale eppure sempre mutevole. Quanti sono i riflessi, le sfaccettature di cento, mille diamanti? Il piccolo si espande e diviene il grande, non ha pi\ù confini. Ogni volta che osservi con attenzione scopri qualcosa di nuovo, vedi apprezzi e comprendi altri particolari e con loro si dissolvono le tue certezze. Inediti pensieri e nuove associazioni d\’idee nascono e muoiono. La domanda e l\’ipotesi originarie si espandono, si moltiplicano e ne generano un ventaglio. Anche questa \è Venezia. Sei gi\à venuta a Venezia, sempre frettolosamente, sempre con i mi\­nuti contati. Tutto preventivamente e accuratamente programmato. Una gita. Una mostra. Il carnevale. Ti sei obbiettivamente interessata. Ti stimo. Sei intelligente. Attenta e sensibile. I media sono le tue fonti unitamente alle parole del gondoliere, del portiere d\’albergo, del cameriere di turno. Certamente in tanti, forse in troppi ne hanno parlato e scritto. Tu li hai ascoltati tutti con molta attenzione ed ora hai gi\à un\’idea formata, netta, precisa. Non volevo, n\é potevo impormi; smantellare le tue certezze. Ero in minoranza. Nulla avrei ottenuto. Ti saresti solo irrigidita e forse allontanata. Mi avresti scambiato o visto come un presuntuoso o un arrogante. Mi trattenni dal dirti: cara tu hai guardato, solo guardato. Il Ponte di Rialto, la Piazza San Marco, la Basilica, il Palazzo Ducale, il Ponte dei Sospiri, Palazzo Grassi, la Ca\’ D\’oro. I colombi, i cani, le gondole, i canali, i turisti. Parole, solo parole, nomi propri, luoghi comuni, nulla di pi\ù. Forse capir\à, col tempo, mi ero detto. Avrei potuto parlarti per dei giorni delle relazioni di Venezia con i Dalmati, dei rapporti di Venezia con le minoranze etniche, della diffe\­renza tra tolleranza (sopportare con pazienza) e la temperanza - rispet\­to ed accoglienza. Convivere con pensieri, filosofie, lingue, religioni o fedi diverse, del significato anche sociale, economico e politico di que\­sta presenza, dei valori simbolici della facciata della scuola, dei \“teleri\” (quadri) di Vittore Carpaccio custoditi all\’interno, ma non lo feci, con\­sapevole che pi\ù di tanto non avresti potuto assimilare in poche ore. Non fu bravura la mia, fu anche casualit\à e fortuna. La scuola era chiusa. Era luned\ì. Te ne parler\ò. Domani. Dopodomani. Forse. Percepivo che ancora non eri disponibile ad ascoltarmi, ancora non provavi il bisogno di approfondire, conoscere. Non volevo offrirti ri\­sposte. Spesso ci\ò che si ottiene senza fatica, a gratis, non \è apprezzato, non vale quasi nulla e si dimentica presto. Avrei voluto approfondire di pi\ù, ma temevo che mi scambiassi per un saccente, un professore, avrei voluto dirti parole pi\ù intense, ma temevo di non essere compre\­so od anche di essere irriso. Il mio pudore non mi permetteva di andare oltre. Desideravo capirti dai tuoi sguardi, dai tuoi movimenti ed anche dalle tue parole prima di aprirmi. Desideravo, ma forse \è pi\ù giusto dire che volevo stimolarti fino a farti sentire il bisogno, la necessit\à di chiedere: perch\é ... , perch\é ... e poi ancora perch\é, come un bambino che inizia a prendere contatto con la vita. Desideravo accompagnarti nel caos dove non vi \è pi\ù nes\­suna possibilit\à di capire, desideravo guidarti dove non vi \è pi\ù spazio per l\’immaginazione, volevo accompagnarti dove si comincia a sentire, a vivere. Dove hai il piacere che ti accompagni? Cosa hai interesse a vedere? Per un attimo ho temuto che forse avresti potuto dirmi: \“cosa c\’\è da vedere a Venezia?\” Mi \è gi\à capitato. Mi sarebbero cadute le braccia. \“Fai tu ... Mi va bene tutto. Mi fido di te.\” Mentalmente, dopo essermi posto non poche domande, mi ero orga\­nizzato un percorso. Con questa passeggiata desideravo accompagnarti fino al campo di San Pietro di Castello. Mi proponevo di non affaticarti, di non sovraccaricarti. Una passeggiata in scioltezza. Senza impegni. Senza tempo. Desideravo e mi auguravo che anche tu potessi percepire il piacere del perdersi a Venezia. Di superare e vincere la noia di vivere, che ti porta ai falsi bisogni, di trasformarla in gioia, quella gioia di esistere in cui comprendi e vivi che anche se non hai nulla hai gi\à tutto. Libera dai falsi bisogni indotti. Essere ... non apparire. Mi ero prefissato e auspicato di riuscire a farti sentire il respiro, lo scorrere della vita, le varie anime di Venezia: i suoni, la lingua, i colori, gli odori, i sapori, le architetture, il tempo, il quotidiano. Desideravo che a te, una volta partita, rimanesse nella testa, nell\’ani\­ma, nella memoria, non tanto una cronologia di date e neppure una se\­quela di nomi o d\’eccezioni, con cui i pi\ù si riempiono la bocca con toni ed enfasi da presuntuoso, ma un sentimento, un profumo della citt\à, l\’essenza. Che mi lasciassi con una promessa, specchio di un tuo bisogno, di ri\­tornare. Volevo che anche in te nascesse quel sentimento omnicomprensivo non razionalizzabile e pertanto indefinibile, chiamato amore. Ti vole\­vo presentare, far conoscere e offrire ci\ò che non \è solo mio, ma di tutti: Venezia. Abbiamo velocemente proseguito e imboccata la Salizzada Sant\’Anto\­nin in silenzio, un silenzio denso, palpabile, carico d\’attese, di aspettati\­ve, le mie, le tue. Il tuo sguardo era apparentemente distratto, svogliato, in realt\à molto attento. Valutavi il mio essere trasandato, i vestiti che mai hanno avuto con\­tatto con il ferro da stiro, la barba di alcuni giorni, il mio essere sciatto, trascurato. Desideravi mantenere le distanze. Mi sentivo osservato, indagato, guardavi pi\ù me che Venezia. Sentivo i tuoi occhi cercarmi. Anch\’io mi chiedevo cosa pensavi quando incontravi e pudica, fuggi\­vi al mio sguardo. Avevi accettato, con riserva, che ti accompagnassi. Temevi, ma anche ti piaceva, quasi una scommessa, una sfida. Attendevi le mie mosse. Un velo di dubbi e sospetti non ti permetteva di ascoltarmi. Ancora non riuscivi ad accettare che il soggetto era Venezia e non la guida. Mi sentivo valutato prima economicamente e poi come potenziale amante. Attendevo le solite domande: prima di che segno sei? Poi sei sposato, separato, hai figli? Che lavoro fai? (qual\’\è il tuo reddito). Tu sei una che ha i piedi per terra, concreta. Eri curiosa. Volevi anticipare. Sapere come andava a finire. Non mi lasciavi il tempo di esprimermi. Cos\ì avevi inteso questa passeggiata. Il toponimo Sant\’Antonin ha preso origine dalla chiesa ora chiusa al culto. All\’interno di questa chiesa accadde un fatto singolarissimo e molto drammatico. Nel carnevale del 1819 un elefante, esposto fra le altre curiosit\à in Riva degli Schiavoni, s\’infuria e ammazza il suo custode, scorrazza per le calli, finisce dentro la chiesa di Sant\’Antonin dove, incastrato su una tomba che con la sua mole aveva sfondato, viene abbattuto a canno\­nate. Evitai di raccontarti che prendendo spunto da quest\’accadimento, Pietro Buratti, massimo poeta dialettale veneziano dell\’800, si ispir\ò per scrivere Elefanteide, storia verissima dell\’elefante, un poemetto eroico\­mico brillantissimo e sagace, sboccato e insolente, nel quale la tronfia societ\à dell\’epoca \è satireggiata con rara, provocatoria genialit\à.. Ed ora che eravamo giunti in campo San Giovanni in Bragora un im\­pulso irrefrenabile mi ha trascinato all\’interno della chiesa intestata a San Giovanni Battista. Vedo il tuo sguardo passare velocemente e poi subito dopo ritornare a leggere il nome scritto in nero sulla targa in malta e calce dipinta di bianco sulla parete di una casa (in veneziano \“nizioleto\”, si scrive e si pronuncia con la z e non con la s come molti esperti hanno avuto modo di scrivere e pubblicare; \è un diminutivo: piccolo lenzuolo). Anticipo la tua prevedibile domanda di chiarimento. Tutte le calli, i campi, le fondamente ecc., a Venezia, hanno un nome e una storia. Campo della Bragora forse dal nome di un\’isoletta sopra la quale fu fon\­data la chiesa in memoria del nome della provincia d\’oriente in cui fu\­rono prelevate le reliquie del santo, anche se non \è ancora stato appu\­rato con certezza. Varie sono le memorie, alcuni vogliono che quest\’ isola fosse una delle isole chiamate Gemini o Gemelle perch\é origi-nariamente consacrate al culto dei Gemini (Castore e Polluce) 1. Di certo siamo a conoscenza che quest\’area, che comprendeva altre isolette limitrofe, era chiamata Fossaputrida proprio per la caratteristica di essere un terreno paludoso. Fu imbonita attorno al Mille molto probabilmente per opera dei Cavalieri del Tempio: i Templari. Quest\’ultimi, presenti a Venezia fin dalla fondazione dell\’ordine, ave\­vano la chiesa intestata a San Giovanni Battista e il convento proprio a fianco della chiesa di San Giorgio degli Schiavoni. Tra i vari compiti e impegni assunti da quest\’ordine vi era anche quello di bonificare e sanare i terreni. Tra le numerose ipotesi ritengo la pi\ù verosimile quella che sostiene che il toponimo abbia origine da un nome composto da brago (melma, fango) e gora (canale d\’acque sta\­gnanti). Un po\’ di storia. Fu rinnovata da Giovanni Talonico nell\’817. Verso la fine del primo millennio in quest\’area sorgeva una chiesa, probabilmente una piccola cappella di legno, che la tradizione vuole fondata nel VII secolo da San Magno Vescovo d\’Oderzo. Rifabbricata per due volte nel 1178 e nel 1475; di straordinaria bellez\­za e armonia. Il tempo, i secoli, le scelte, la storia si sovrappongono e si armonizza\­no. Dal Bizantino al tardo Rinascimento. Per la cronaca, in questa chiesa, il 6 maggio 1678 (nacque il 4 marzo) fu battezzato Antonio Vivaldi, il violinista compositore e cantore della gioia di vivere. Non posso passare nei paraggi senza entrare, anche se solo per pochi minuti, a vedere la pala dell\’altare. Esprime ed emette una luce forte e intensa, in una chiesa scarsamente illuminata. Saresti tentato di credere che sia essa stessa generatrice di luce. \È un luogo magnetico. Mi sento risucchiato, aspirato. L\’ho vista migliaia di volte, eppure, ogni volta mi rinnova il godimen\­to interiore, il piacere e mi dona la serenit\à al corpo e alla mente. La trasparenza dell\’acqua, la senti scivolare, gorgogliare, la profondit\à impalpabile dell\’azzurro del cielo, l\’umanit\à dell\’azione, la dolcezza dell\’iniziazione. Battista battezza Ges\ù. Ti riconosco. Anche tu sei tra noi. La forza dell\’umilt\à. E poi, subito dopo sulla parete laterale sinistra, un\’occhiata alla tavo\­letta dell\’Uomo risorto che ti fissa e ti benedice. I suoi occhi. Che sguardo intenso. Perforante. Che forza. Ti guarda, con lo sguardo ti attraversa, tace e ancora una volta devi chiederti: Chi \è senza peccato? Un uomo, un grande uomo, un sapiente. \È forte, \è energico, ma non \è severo, \è un giusto, tu lo ascolti e lo in\­tendi. Memento. Rifletti sulla tua miseria. Sei solo un uomo. Un mortale. Ti guardai a lungo negli occhi per assicurarmi se avevi lo spazio per capire, ma non lo rintracciai. Per capire ci vuole pazienza, e le parole non servono a chi non vuole udire. Tu vuoi conoscere i nomi degli autori, le date, i committenti, le tecni\­che. Cos\ì ti hanno insegnato. No! No! Non te li dico! Spegni la televisione! Venezia non \è un concorso a premi! Non \è un cruciverba! Vuoi capirlo o no? Non me li devi chiedere ora! Che importanza ha! Assapora! Saziati! Dissetati! I quadri devi lasciarli parlare \… devi imparare a vedere, ad ascoltarli. Forse con preso dalla foga ho ferito e offeso il tuo orgoglio, ma non riesco a fermarmi in questo monologo. Continui a guardarmi con timore, perplessa e, forse spaventata. Insisto. Non riesco a trattenere la lingua. Non percepisci con la carne, credi di essere razionale, fai sempre vin\­cere il cervello. Mi guardi. Mi ascolti senza interrompermi con un\’espressione composta d\’ in-credulit\à, sorpresa e paura. Troppo forte la mia reazione. Dall\’espressione del tuo volto e dagli occhi comprendo che ancora non sono riuscito a farmi capire. Che non sono stato sufficientemente chiaro. Mi sentivo impotente, rischiavo di rovinare questa passeggiata, eppu\­re mantenevo la certezza di avere ragione. Avevo la necessit\à impel\­lente di trovare un\’idea, un esempio, non dopo, ora, subito, istantanea\­mente. Se visioni una bobina di un film come una sequela di diapositive sin\­gole vedrai la luce, i colori, la composizione, l\’ambientazione, i costu\­mi, l\’espressivit\à dei volti, ma non hai visto il film. Se leggi uno spartito nota per nota hai percepito, ascoltato la musica, ti ha fatto vibrare il corpo e modificato il respiro ? Le tele parlano, vibrano, riscaldano, stordiscono, bloccano il fiato, comprimono la pancia, ascoltale! L\’autore, il secolo, la pennellata, l\’impasto, la prospettiva, i supporti, i committenti non hanno importanza in questo momento. Ti devono affascinare, rapire, stimolarti emozioni di piacere, di dolore o di qual\­siasi altro sentimento. Non aver paura di smarrirti. Devi perderti oltre la \“realt\à\” per imparare a vederla, per riconoscer\­la. Sei ancora condizionata, prigioniera. Ho finito! Dopo il mio sfogo, il silenzio. Ti concedi del tempo per riflettere. Dolcemente affascinato, rapito, ti ho lasciato sola, mi sono assentato. Forse mi hai capito. Forse mi hai accettato. Certamente non mi hai distolto. Non hai replicato. Siamo usciti dalla chiesa, un rapido sguardo alla facciata prima di al\­lontanarci. Alla tua destra palazzo Gritti - Badoer anche in questo caso di architet\­tura non riconducibile a uno stile d\’impatto. Il palazzo, nel corso dei secoli, ha subito numerosi interventi di restauro, di ristrutturazione e innalzamento che non ne permettono un\’immediata lettura e ricono\­scimento stilistico. Ti faccio soffermare a guardare la \“p\àtera\” (scultura di pietra in basso\­rilievo; questo sostantivo ha origini greche dal nome delle scodelle rotonde utilizzate per i sacrifici ed anche per le libagioni che erano a volte finemente lavorate a bassorilievo o decorate) infissa sulla parete raffigurante un pavone a coda spiegata collocata sopra la pentafora gotica al primo piano. Le patere erano in uso tra il II e V secolo un po\’ in tutta Italia, a Venezia continuarono fino al XIV e XV ed oltre. Al pavone si attribuiva una caratteristica molto particolare, l\’incorrut\­tibilit\à della carne. Per questo motivo il pavone, nell\’arte sacra bizanti\­na divenne un simbolo d\’immortalit\à e della Resurrezione di Cristo ma anche, quando \è in maest\à (a coda elevata e aperta), \è emblema di vana gloria. Il pavone, pur nella sua bellezza, ha dei piedi deformi e questa carat\­teristica fisica lo induce a guardarsi, a riflettere e a praticare la virt\ù e la prudenza. Ai lati dell\’ingresso principale della Chiesa di San Marco vi sono altre quattro porte di bronzo, due per lato. Risalgono al XVI sec. e sono at\­tribuite a Bartolomeo Bon. Questo modello, molto comune a Venezia, \è composto di file paral\­lele di archetti sovrapposti spesso passanti e falsati tra loro tali da ap\­parire come squame di pesce. Il simbolismo del pesce \è amplissimo; in questo caso ero molto pro\­penso a riportarlo a Giona che fu inghiottito dal pesce. La morte intesa come rinascita. Scendere negli abissi delle tenebre per poi risalire e ritrovare la luce di una nuova conoscenza. Entrare all\’interno di una chiesa per i cristiani ha numerosi significati. Ges\ù \è un pastore, ma anche un pescatore di anime. In questo caso per\ò, sul portale centrale della chiesa di San Marco, non sono raffigurate simbolicamente squame di pesce. Infatti, se presti attenzione, ti accorgerai che all\’interno delle \“squa\­me\” vi sono simboleggiate delle piccole rose e queste non sono assolu\­tamente riconducibili al pesce. Un\’altra interpretazione del pavone, soprattutto a Venezia dove mol\­to forti sono state le influenze bizantine, per la caratteristica di aprire la coda, era ricondotta alla resurrezione e per il disegno delle piume che potrebbe ricordare una pupilla, ai cento occhi della Chiesa che vede tutto. Rispettoso a questa simbologia medioevale sulle propriet\à degli animali, ritengo che le porte siano sul modello della piuma del pavone. Potevo scegliere il percorso, tornare indietro di qualche decina di metri e avviarmi per le calli pi\ù interne in direzione della chiesa, a mio avviso sottovalutata, di San Martino al cui interno sono conservate pregevoli opere pittoriche ed anche un paio di sculture di angeli di straordinaria fattura e poi proseguire fino ad incontrare il maestoso portale d\’ingres\­so dell\’Arsenale (nome d\’origine araba ad intendere luogo di costruzio\­ne, restauro e rimessaggio di navi) o proseguire verso la Riva degli Schia\­voni. Avrei potuto raccontarti la storia dell\’Arsenale dalla sua fondazione avvenuta attorno al 1000 ed anche dei successivi ampliamenti fino ai giorni nostri. Del mondo del lavoro e le qualifiche delle numerosissime maestranze (alcuni ricercatori dicono 15\/ 16.000) occupate all\’interno, della sua ca\­pacit\à produttiva. Alcuni studiosi assicurano che, sul finire del XV se\­colo, fossero in grado di consegnare, completa di personale di bordo, una nave al giorno. 2 Avrei potuto descriverti il portale di Antonio Gambello e le allegorie relative alle varie statue collocate sul monumentale portale; non avevi questo interesse e non lo feci. Troppo ridondanti, auliche, autocelebrative. Fu innalzato dopo la famosa battaglia di Lepanto. Guerra che non fu come molti oggi spe\­culativamente voglio intendere e ricordare. Fu una guerra commercia\­le per il controllo dei traffici e del commercio. I Veneziani soli abban\­donati anche dagli stessi alleati, che poi alleati non erano. Desiderava\­no la sconfitta della Serenissima. Desideravo farti constatare un altro pezzo di storia, che a causa del tempo, dell\’incuria e della b\àrbaria degli uomini, ma anche per l\’insen\­sibilit\à dei politici amministratori, abbiamo definitivamente perduto. Questo non \è l\’unico esempio di graffito scomparso. Sparsi un po\’ in ogni luogo ve n\’erano centinaia e in gran parte oggi non sono pi\ù leggibili in grazia degli ottimi lavori eseguiti dai restaura\­tori che, lavaggio dopo lavaggio, hanno raggiunto \“il bianco che pi\ù bianco non si pu\ò\”. La memoria perduta per sempre. Ai lati del portale vi sono collocate quattro sculture prelevate dal por\­to di Atene dall\’ammiraglio Francesco Morosini nel 1687 M.v., sul lato sinistro un leone e sul lato destro una leonessa e due cuccioli di felino. Sui fianchi del leone fino a circa vent\’anni fa si potevano ancora intra\­vedere e leggere, con l\’aiuto di una luce radente, due graffiti in caratteri runici. Sul fianco sinistro: \“Hakon unito a Ulf, a Asmund ed a \Örn conqui\­st\ò questo porto (il porto del Pireo ad Atene). Questi uomini e Harold il grande (dall\’alta statura) imposero (agli abitanti del paese) delle ammende considerevoli per causa dell\’insurrezione del popolo greco Dalk \è rimasto prigioniero (\è stato trattenuto) in lontane contrade. Egli era andato in campagna (sic.!) con Ragnar nella Rumania ... e nell\’Armenia\”. L\’iscrizione sul fianco destro del leone riportava: \“Asmund incise queste rune (e fu in ci\ò aiutato da) in unione a Asgeir Thorleif, Thord e Ivar, su do\­manda di Harold il grande, sebbene i Greci riflettendovi lo avessero proibito\”. Questi i testi dei mercenari Veringhi, soldati di ventura e aggiungerei anche un po\’ analfabeti, da come scrivono. Discesi dalla Scandinavia si erano posti al servizio dei successori di Giustiniano. Erano impiegati in Asia, in Iberia, in Sicilia, in Puglia e, quando oc\­correva, per la tutela dell\’ordine pubblico, anche all\’interno dello stato. Nel 1040 una grande insurrezione di popolo si era manifestata per gravi balzelli imposti dalla cupidigia del ministro Giovanni sotto il go\­verno del debole imperatore Michele il Paflagonio. Fu, secondo il C. C. Rafn, decifratore di questi testi, in quell\’occasione che i Veringhi fu\­rono inviati a reprimere la rivolta scoppiata in Atene; l\’iscrizione sareb\­be stata posta in memoria di quel fatto d\’armi. Lentamente, passo dopo passo, siamo giunti sul ponte della Ca\’ di Dio. Era pomeriggio avanzato, da l\ì a poco il sole sarebbe tramontato; proseguimmo attraversando il campo della Bragora giungendo in riva degli Schiavoni, cos\ì chiamata per la presenza di un alto numero di Dal\­mati che svolgevano in prevalenza attivit\à collegate alla marineria. Il toponimo del ponte prende origine dal nome di un ospedale per pellegrini fondato nel XIII sec., ora convertito in casa di cura per lun\­godegenti autosufficienti particolarmente facoltosi. Colpiti da tanta indescrivibile bellezza ci soffermiamo per una pano\­ramica su tutto il Bacino di San Marco. Proseguiamo lungo la fondamenta e guardiamo gli edifici dove vi erano i forni della Serenissima. Ancora una volta, come ogni volta, ho perso la capacit\à di leggere o forse l\’ho trovata. Un profilo che non sembra vero, note di un pentagramma, segnano il confine con il cielo. Straordinario, unico, nessun edificio, per quanto elevato, ti obbliga a piegare all\’indietro il collo per alzare lo sguardo, puoi spaziare. Tutta opera di sinergie umane. Nessun intervento divino o sopran\­naturale. Il confronto, il dibattito e la sintesi delle idee degli uomini catalizzate, concretizzate e divenute materia. E che dire dell\’acqua del Bacino di San Marco con le sue cromaticit\à e gli infiniti riflessi che spesso ti abbagliano. La luce dell\’ultimo sole ti guarda negli occhi. Nell\’aria un impalpabile pulviscolo argenteo attenua e stempera l\’az-zurro del cielo. Il tramonto avanza permeando l\’aria di un arancio rossastro, l\’acqua riflette saette dorate. I tetti degli edifici si sfumano e si confondono con l\’infinito. La luce ora divenuta pi\ù vermiglia rimbalza e s\’innalza dai vetri delle finestre della Gi�a, impalpabile come un velo ora divenuto viola\­ceo, un incendio senza fiamme e fumo. Non riesci a staccarti e ritorni bambino, incantato, ipnotizzato dal ca\­leidoscopio. Quando invitavi con entusiasmo, con gioia coinvolgente, senza dare tempo al tempo a chi ti era vicino, la mamma, il pap\à, tutti a guardare dentro il foro e nessuno vedeva pi\ù la medesima immagine. Neppure tu. La delusione di un attimo e la nuova sorpresa rinnovava la tua spen\­sierata allegria, la scoperta. Anche questa \è Venezia. Mi guardavi come si guarda uno strano, ma non un pazzo, uno che non capisci, che non comprendi, che non rientra nei canoni. Seguivi il mutarsi dei lineamenti del mio volto, i cambi d\’espressione a volte tesi e concentrati come a voler imprigionare ed espandere l\’immagine, a volte carichi di tensione quasi a voler abbattere o cancel\­lare gli interventi d\’arredamento urbano particolarmente stonati e di\­sarmonici in questo contesto. E ti ponevi la domanda: e adesso dove e cosa avr\à fissato la sua attenzione? Seguivi il mio sguardo, guardavi attraverso i miei occhi. T\’interroghi, desideri, vuoi anticipare, m\’interrompi, tu gi\à sai. Forse troppe, o non sufficientemente chiare, erano state le mie parole di premessa, forse non ero riuscito a coinvolgerti, a trasmetterti e a far\­ti provare i sentimenti e le commozioni che vivo certamente con la ra\­gione ma e in particolar modo con la carne. Concediti del tempo, ti dissi sottovoce. Prova a soffermati; lasciati espandere, dilatare penetrare e riempire, guarda e ascolta l\’armonia. Vivi l\’eros, non solo come carnalit\à, ma inteso come energia vitale, come amore, lasciati andare, cullare. Impara ad attraversare e superare il deserto della ragione che credi essere l\’anima. Riflettevo. Molti i dubbi. I pensieri si sovrapponevano, non trova\­vano la via d\’uscita, avevo ancora negli occhi lo sguardo dell\’Uomo. Tu sei ancora una che non ha tempo, che vuole tutto e subito. Che ha gi\à capito. Tu sei concreta, razionale ... credi. Desideravi di pi\ù. Tutto qui? Mi \è parso di udire. Provavo la delusione. Un sapore agro, amaro come lo sconforto che precede la percezione del fallimento. Proseguiamo, mi dissi con amarezza a mezza voce. Superato il ponte sul rio dell\’Arsenale chiamato gi\à delle Catene, che tirate tra le due sponde non permettevano l\’accesso al canale, ed ora, della Veneta Marina, originariamente in legno e levatoio, poi in ferro ed ora in pietra e mattoni, abbiamo iniziato a percorrere una delle poche vie di Venezia, la Via Eugenia, rinominata dopo l\’Unit\à d\’Italia Via Ga\­ribaldi. In realt\à era il rio di San Domenico ed ora rio (canale) ter\à (interrato). Pi\ù che interrato \è propriamente un canale coperto; l\’acqua continua a scorrere imbrigliata dentro ad una volta di cemento sopra di cui vi \è la pavimentazione. Subito sotto la balaustra all\’estremit\à della via potrai vedere l\’arco della volta che si raccorda con il canale. Un via larga, perfettamente diritta, affiancata da edifici relativamente poco elevati. Con lo sguardo fai una panoramica e rimani colpita dalla presenza di numerose terrazze, ti correggo e ti faccio osservare che hanno ora il medesimo uso, ma si chiamano \“altane\”. Un tempo i canoni della bellezza femminile prevedevano una carna\­gione pallida e i capelli biondi tendenti al rosso detto \“biondo Venezia\­no\”. Per ottenere queste caratteristiche si esponevano al sole, ben coperte per evitare di abbronzarsi, e usavano come tintura \“acqua di giovent\ù\” (pip\ì di bambino con l\’aggiunta di erbe profumate per coprire l\’odore di \“ammoniaca\”), per i capelli, applicata con una \“sponzeta\” (spugna). Una sorta di copricapo, generalmente in metallo, a larghe falde chia\­mato \“solana\” era utilizzato per sostenere i capelli. Una tipologia edilizia tipicamente veneziana, le \“altane\”, non fanno parte integrante del tetto, sono strutture relativamente leggere e tutte in legno. Di solito l\’accesso avviene attraverso un abbaino. Poggiano sul colmo del tetto e su due piccole colonne di mattoni alte quanto basta a raggiungere il livello del colmo collocate sul muro mae\­stro e sterno dell\’edificio. Il lastricato di recente restaurato \è oggi perfettamente piano, non una sconnessione, non un \“notaro\” o \“topano\”, termini tipicamente venezia\­ni ad indicare i leggeri dislivelli tra masso e masso causati o da cattivo posizionamento o da cedimento del substrato su cui poggiano. Il tatto. Un senso negato. Non ti pare di camminare a Venezia, dove nessun pavimento \è spia\­nato, liscio. Dove nessun muro di nessun edificio \è perfettamente verticale \“a piombo\”. Senza storia, senza vita, senza memoria. Al centro della via una decina di panchine e altrettanti banchi di frut\­ta, verdura e pesce del mercato rionale, popolare certamente, ma ora anche questi rammodernati sono troppo nuovi da apparire falsi, ban\­chi ancora senza passato, senza personalit\à, tutti eguali, moderni, razio\­nali, funzionali. Una sintesi senz\’anima. Ti guardi attorno e, seminascosto tra le tende dei negozi, sopra una porta, uno splendido bassorilievo del XIV secolo colpisce la tua atten\­zione. \È l\’ingresso dell\’ex Ospedale de le pute (ospizio per bambine orfane). Nel timpano vi \è raffigurato il Padre Eterno benedicente, subito sotto, su una sorta di predella che poggia sull\’architrave della porta, i Santi Domenico, con giglio e libro, Andrea, con pastorale sormontato dalla croce ed infine Pietro Martire, con la palma del martirio e la lama il suo emblema, conficcata nel cranio. Nelle due guglie collocate ai lati del timpano una delicatissima annun\­ciazione con l\’arcangelo Gabriele. Sugli angoli superiori degli stipiti della porta lo stemma del doge Ma\­rino Zorzi. Il tutto perimetrato da una gotica cornice dentellata, gotico tedesca, alla cui sommit\à \è collocata una pigna, simbolo d\’abbondanza come lo sono tutte le cucubitacee e la melagrana, i cento semi. Questo complesso fu edificato per volont\à testamentaria assieme alla chiesa e al convento di San Domenico (abbattuti nel 1808), con il contri\­buto del doge, verso il 1310\/15. Non si conoscono tutte le vicissitudini di questo complesso, sappiamo per certo che alla met\à del Cinquecento il convento ospitava il Prepo\­sto al Tribunale dell\’Inquisizione di Venezia e che ogni anno, il 29 marzo, sull\’esistente ponte davanti alla chiesa erano bruciati i volumi posti all\’indice. Non conosco la data certa di quando fu abolito il Tribunale dell\’In-quisizione a Venezia e ancor meno le destinazioni d\’uso che l\’ospedale ha subito in seguito, di certo \è che da bambino e fino ai primi anni 70 i locali erano utilizzati come sala cinematografica. Per recuperare un\’area da destinare ai Giardini pubblici furono abbat\­tuti anche la chiesa e il convento di San Nicol\ò di Bari, l\’ospedale dei mari\­nai, la chiesa e il convento delle Cappuccine e la chiesa di Sant\’Antonio abate. Come uno spezzone di un film mi ritornano agli occhi le emozioni che provavo quando con gli amici prima di andare al cinema Garibaldi, ora chiuso e ristrutturato ad uso commerciale, decidevamo di compra\­re un pacchetto di sigarette di contrabbando da Magnamacchine; non co\­nobbi mai il suo vero nome. Quante paure, il desiderio di divenire adulti, di trasgredire. Suonare il campanello. Che fatica. Vado io. Vai tu. Andiamo assieme. Un dibattito anche sulla marca delle sigarette. Qui ci conoscono, potremmo incontrare degli amici di famiglia. Sono ancora e sempre con te, tu sei il soggetto, eppure mi accade di non riuscire a mantenere la concentrazione, l\’attenzione, mi disperdo nei meandri del passato. Devo imparare ad accettare che sto invecchiando. Temevo e tremavo, ora ero io a guardarti. Desideravo apparire disinvolto. Forse non te ne sei accorta. Ti stavo vicino e lontano. In silenzio. Senza parole. Titubante. Attendevo le tue reazioni. Non sono tardate. Il tuo atteggiamento \è improvvisamente mutato. Finalmente ti ho visto destabilizzata, sbalordita, sorpresa e meravi\­gliata prima e, dopo una frazione di tempo, ritornare presente a te stes\­sa, attenta, e nuovamente concentrata. Udivi il silenzio. Il silenzio dell\’anima e la sua locquacit\à. Un silenzio colmo, ingombrante, non riuscivi ad allontanarlo. Il tuono della sua voce ti aveva finalmente espugnato, ti rimbombava nel cervello. Ascolti le risonanze che vengono da oltre il nulla. C\’\è qualcosa di strano. Non l\’hai pronunciato, ma l\’ho udito. Avanzavi ad alcuni passi da me. Ti sei voltata. Quasi inconsapevolmente, meccanicamente, hai allungato un braccio. Hai perduto la bussola (ragione), hai percepito il vento (cupido). Hai superato la paura del contatto, un bisogno di tenerezza. Con la mano cercavi di raggiungermi, toccarmi. Con lo sguardo mi hai interrogato. Ti risposi a distanza e, sempre con lo sguardo: stai tranquilla. Non c\’\è nulla da capire, non aver paura di sentire. Non hai bisogno di me. Sei una donna libera, o cos\ì ti voglio vedere e accompagnare. Ascolta. Ascoltati. Ora provavo una controllata emozione che aveva stemperato e dolci\­ficato l\’agro. Una gradevolissima soddisfazione. Non mi ero sbagliato, avevo visto giusto, tu potevi capire e condivi\­dere. Ho deglutito, ho ripreso ad inspirare ed espirare, a sentire l\’aria gon\­fiare ed estendere il diaframma e i polmoni. Grazie! Mi hai dissetato. Te lo comunicai senza parole, senza sguardi, con quell\’energia che esprime un corpo quando \è sciolto, disteso, privo di contrazioni. Ero riservato, pudico e sereno. Sono certo che tu mi hai riconosciuto. Prima eri spaesata, confusa, stordita ed infine ti sei sentita smarrita. Incantata e sedotta al contempo. Molto, tanto, troppo in troppo poco tempo. Poi ti sei lasciata andare, hai aperto le porte. Hai accettato di sentire. Ti sei ripresa. Anche questa \è Venezia. Hai udito anche tu nel cuore, nell\’anima o forse nel cervello il rim\­bombo delle voci della memoria. Come le onde leggere, quelle di superficie, quelle generate da un refo\­lo di vento, quelle che accarezzano il mare sono giunte alle tue orec\­chie, dapprima lentamente, stemperate e attutite dalla foschia, una dopo l\’altra, intervallate da pause di riflessione. Poi sono montate in un crescendo e hai udito un coro. E con le voci prendono corpo le figure, le situazioni, i luoghi. Senza un perch\é, sono pervenuti anche i profumi che ti hanno risve\­gliato la memoria di sapori lontani, ed ora vicini nel tempo. Presenti. Ti ho visto perderti in uno spazio senza confini, vagare per le strade del tempo. Ti ho visto bambina felice e gioiosa. Ti ho visto correre forte forte tutta rossa e accaldata fino a farti man\­care il fiato. Avevi gli occhi chiusi. Cosa vedevi? E poi girare vorticosamente su te stessa e improvvisamente rallentare la corsa e innalzare le braccia, parallele al suolo prima e inclinate ora a destra ora a sinistra poi, come ali per spiccare il volo. Sognavi un mondo d\’amore e lo vedevi possibile, concreto, certo a pochi passi da te. Ah ... , quando sar\ò grande. Ti ho vista immersa e assorta a rivedere spezzoni del tuo trascorso. Ho letto la mobilit\à del tuo volto. Rattristarsi e all\’improvviso illuminarsi e poi ancora amareggiarsi e poi ancora mutare repentinamente senza una prevedibile ragione. Sei stata spettatrice del film della tua vita con tutte le amarezze e le frustrazioni accumulate. Venezia \è anche un intreccio, un labirinto, ti sei smarrita nella vana ri\­cerca di trovare il centro. Ti fermi, chiudi gli occhi e rifletti. Inizi a metabolizzare e ti nasce, si fa strada il dubbio che forse non c\’\è. Che forse non esiste. Tutto \è un centro. L\’uno tutto. Un centro sempre mobile, che non ha tempo e luogo. Muto, immobile, ti ho atteso. Tu e solo tu hai le chiavi della tua memoria. Piano piano, lentamente hai accettato la tua storia con tutti gli accadi\­menti, con tutte le sue voci. Non provi pi\ù la paura, non le fuggi e non le hai pi\ù interrotte. Come un respiro. Hai iniziato ad interiorizzarle. Ti sei rasserenata. Nei lineamenti del tuo volto ho visto che lentamente, senza scosse, una nuova dolcezza come un\’alba cominciava a sorgere. I dolori del passato, i rancori decantati dal tempo, finalmente conver\­titi in commozione e tenerezza, quella tenerezza che a volte fa gonfiare gli occhi, ma non piangi, hai paura, il pudore. Ti sei svegliata, sei tornata a Venezia, presente. Ti sei interrogata. Mi hai rivolto lo sguardo. I tuoi occhi avevano ora quella luminosit\à che solo l\’amore sa rende\­re. Quanto \è durata l\’assenza? Molto? Poco? Troppo? Cosa \è accaduto? Scusami se ti ho lasciato, non \è colpa mia, non capisco. Avrei voluto risponderti istantaneamente. Non attendevo altro. Trattenni la mia loquacit\à, per non distruggere quegli istanti di pie\­nezza che forse inconsapevolmente mi avevi ancora una volta donato. Un regalo, non puoi capire quanto grande. Frenai l\’impulso di abbracciarti. Dissi solo: grazie. Di che? Mi hai risposto, fingendo di non capire. Un gioco sottile. Mai ebbi la capacit\à di dirti che anch\’io avevo avuto un momento di stordit\à. Ero con te e non potevo dirti che mi erano tornate agli occhi le im\­magini di un recente passato in cui, abbracciato ad una donna avevo visto la bellezza negli occhi e che al contempo avevo percepito la mia. L\’assoluto nel relativo. Non sono bello, lo sono solo come immagi\­ne riflessa. Nuove emozioni si facevano spazio. Le hai accettate ed hai riconosciuto il sacro e la sua magia di cui ti avevo parlato. Stiamo proseguendo per la fondamenta di Sant\’Anna, tra poco entre\­remo, superato l\’omonimo ponte, nella cosiddetta Venezia \“minore\”. Mi guardi e mi interroghi: minore? Minore inteso come pi\ù economica, meno monumentale, meno ari\­stocratica. Senza interventi di grandi firme, innalzata da semplici e anonimi \“mu\­reri e tagiapiera\” (muratori e scalpellini). La necessit\à di contenere i costi e i volumi pi\ù ridotti hanno stimola\­to e sviluppato la fantasia. Questa architettura, \“spontanea e ignoran\­te\” per il mondo accademico, \è riuscita a coniugare con una rigorosa funzionalit\à soluzioni semplici, nulla togliendo alla espressivit\à della composizione. Guarda e goditi l\’armoniosa bellezza di questi scorci, di questi camini, di questi poggioli, di queste volte di canale, di questi raccordi, di queste gradinate, di questi ponti, di questi pieni e di questi vuoti. Sono un movimento continuo, mai ripetitivo, unico. Nessuna architettura ti risveglia immagini di un mondo contadino, agreste, nulla di bucolico, eppure senza nulla di monumentale percepi\­sci l\’eleganza e la signorilit\à di un tessuto urbano di citt\à e di paese al contempo. Una ricerca divenuta sintesi che ha raggiunto una bellezza cos\ì pura, cos\ì disarmante, cos\ì coinvolgente che sempre ti tocca e, a volte, ti pu\ò anche commuovere. Il fascino e l\’erotismo che percepisci, che ora ti avvolge \è dovuto an\­che all\’energia e all\’amore che generano ed irradiano queste architettu\­re \“minori\”. I rumori, i suoni ora non sono pi\ù violenti, caotici, frementi, nevroti\­ci. L\’aria ti trasmette e fa giungere alle tue orecchie dei suoni che stimo\­lano la tua curiosit\à. Vedo e riconosco in te quell\’espressione di chi ne \è attratto, attento. Vorresti riconoscere i dialoghi, le parole ma non riesci a distinguere se sono voci umane o televisive. Le insegui e ti pare di sentirle aumentare di volume e poi improvvisa\­mente si attenuano, si dissolvono e scompaiono. Non provi delusione e neppure abbandono, ti rimangono le emozio\­ni, continui a passeggiare e ancora nuove suggestioni ti riempiono. Tra presenze e assenze il vedere \è superato dal sentire, dal provare nella mente ed anche nel corpo. Con lo sguardo incontri una coppietta amoreggiare semi celata dallo stipite di un portone, li guardi e non li vedi, sono trasparenti. Li percepisci, li senti nell\’aria. Sei felice che ci siano. Ora anche tu sei divenuta impalpabile, solo energia, vita, amore. Anche questa \è Venezia. Non un turista. Solo \“foresti\”, visitatori attenti, pudichi, forse impauriti, rispettosi, si\­lenziosi. Un\’altra citt\à. Anche le attivit\à commerciali e artigianali hanno un\’altra identit\à, non hanno lasciato spazio alla ricerca di una originalit\à che massifica e di conseguenza spersonalizza. Hanno ancora una personalit\à, che non \è il falso folclore ad uso con\­sumistico, vivono con naturalezza e caparbiamente, non accettano di essere divenuti specie da conservare in via di estinzione, non hanno ancora svenduto la dignit\à. Entri e pur nel linguaggio espresso in veneziano ancora relativamente poco inquinato, semplice e diretto dell\’occasionale interlocutore, senti lo spessore della storia, la memoria. Molto rare sono le attivit\à che vendono i prodotti consumistici, per il mondo dell\’apparenza, per un mondo senza luce, stupido. Bisogni imposti inventati, moda. Ascolti, percepisci e vedi il colore dei suoni. Solo uno sguardo. Esiste, hai ragione, \è vero! Ora la spiritualit\à la percepisco anch\’io. L\’apparenza si fonde con l\’essenza. La bellezza t\’insegue e ti avvolge. S\’incunea, ti penetra e ti converte. Il tutto. Lentamente passeggiamo lungo la fondamenta di Sant\’Anna che co\­steggia il canale omonimo. La chiesa di Sant\’Anna e il monastero fon\­dati nel XIII secolo. Attualmente l\’area \è stata data in gestione al Co\­mune di Venezia che in gran parte ha gi\à portato a termine i lavori di restauro e ristrutturazione per case popolari. Non ti accompagno all\’interno dell\’area, ti evito di vedere questo re\­stauro incongruente con l\’architettura circostante, questo ennesimo spregio alla bellezza e all\’armonia. I \“pergoli\”, termine veneziano ad indicare i piccoli ballatoi sulle fine\­stre, sono tutti squadrati senza movimento, rigidi nelle forme, in accia\­io inossidabile. A Venezia ancor oggi quando una cosa non ha un senso si usa ancora dire: Ti se fora come un pergolo.\” Subito davanti a questo complesso, il ponte di Sant\’Anna. Lo attra\­versiamo. Ancora alcune calli e ci ritroviamo in campo Ruga. Un silenzio irreale, ti guardi attorno alla ricerca di non comprendi cosa, alzi lo sguardo e come bandiere di tutti i colori, nessuna bandiera, sventolano attraversando il campo fissati alle funi, i bucati. \È vita, \è gioia, non esiste la vergogna o la timidezza, nulla \è celato. Tutta la biancheria, lenzuola, asciugamani, camicie, sottane, calze, mutande. Questa biancheria, che ora, improvvisamente, per la prima volta ave\­vo visto come bandiere, mi aveva riportato alla memoria le parole di una \“canzonetta\”: \“E mentre un giorno marciavi con l\’anima in spalle\/ vedesti un uomo in fondo alla valle\/ che aveva il tuo stesso identico umore\/ ma la divisa di un altro colore\”. Parole molto tristi, amare, tragiche che mi avevano riportato agli anni della mia giovent\ù quando tutto era possibile quando: L\’Obbedienza non \è pi\ù una virt\ù. Quanto dovremo attendere ancora per vedere sventolare la bandiera della giustizia? Della pace? La bandiera dell\’amore? Non avevo ancora vent\’anni, eppure avevo gi\à conosciuto la violenza e la b\àrbaria del potere e del terrore: Avola e Battipaglia, la strage di Piazza Fontana, il Vietnam. Al contempo volevo aggrapparmi alla speranza, di un futuro migliore prossimo venturo. Proprio in questi giorni avevo letto che a Roma sar\à fondato il mu\­seo delle mille bandiere a testimonianza dell\’unit\à d\’Italia. Un piccolissimo, quasi impercettibile spostamento in avanti, per un inguaribile utopista e sognatore che ancora non \è cresciuto abbastanza per divenire \“maturo e saggio\”. Tutte le bandiere e tutte le lingue. Ora il pensiero di Pico della Mirandola espresso nei suoi volumi mi era divenuto chiaro, lo avevo finalmente compreso, interiorizzato. La tripartizione del mondo, le tre religioni monoteiste, il problema della comunicazione, la divinit\à come amore, la vita come dono d\’amore. Un brivido. Non siamo figli di Dio, siamo divenuti mortali, tutti fratelli e sorelle, siamo figli di Adamo ed Eva. Mai pi\ù avremo il Paradiso Terrestre, ma non \è detto che non po\­tremmo avere l\’Arcadia. Questo il suo pensiero, questa la sintesi delle sue \“Conclusiones\” la sua filosofia, la sua utopia. Per questi reati d\’opi\­nione, giudicate eretiche, dovette fuggire in Francia inseguito dalle truppe papaline che lo arrestarono anche se solo per un breve periodo. La natura dell\’uomo, l\’essenza dell\’uomo \è buona, l\’uomo \è artefice del proprio destino. Non conosceva la rassegnazione, nulla \è immodificabile. Cos\ì conti\­nu\ò a pensare fino alla morte. Il primo problema \è la comunicazione, la lingua. Bisogna ritornare indietro nel tempo, rileggere e studiare gli antichi testi, codici, manoscritti per ritrovare la \“saggezza dei padri\”, per tro\­vare il punto di rottura, per tornare alla biblica \“Torre di Babele\” quando gli uomini, non comprendendosi pi\ù, cominciarono a litigare e ad ammazzarsi tra loro. A cinquecento anni dalla sua morte questo pensiero \è stato accettato e rielaborato solo da alcuni \“illusi\”, ma non \è mai stato raccolto e colti\­vato dai \“potenti della terra\”. \È pi\ù facile comandare e far fare ad altri, i sottoposti, spesso circuiti e plagiati, una, dieci, cento, mille guerre, per riportare la pace, dove la ra\­gione \è sempre del pi\ù forte. Dove la morte \è l\’unica a cantar vittoria. \È pi\ù facile ammazzare \“il nemico\”, tuo fratello. Puoi depredarlo, rubargli tutto in nome della \“giustizia\”. In nome della \“civilt\à democratica\”. Ancora si parla di razze, di religioni, di confini, di idea di nazione, di campanili. Ma ero con te e la felicit\à che provavo mi ha aiutato ad allontanare, a sognare, a tornare indietro nel tempo, all\’infanzia, per cancellare le illu\­sioni e le frustrazioni. A vedere in positivo, a sognare e credere nel futuro. \… Proseguiamo. Attraversiamo il lungo e piano ponte in ferro e legno, proseguiamo lungo la Fonda menta che ci permetter\à di entrare nel campo di San Pietro di Castello. Davanti a noi compare la facciata della chiesa; appare stonata, inserita a forza, con violenza, troppo grande, troppo imponente, troppo super\­ba, fredda, rigida, statica, nel contesto di quest\’area che trasmette sen\­sazioni di pace e serenit\à. Un tempo, fino al 1807, questa chiesa era la cattedrale di Venezia. La facciata \è stata progettata durante il mandato del patriarca Lorenzo Priuli (1591 - 1600) da Andrea Palladio e completata da Francesco Smeraldi. Sopra l\’altar maggiore, disegnato dal Longhena, si conserva l\’urna con il corpo del primo Patriarca di Venezia Lorenzo Giustiniani. Sulla crociera \è inserita una cupola con balaustra. Nella navata destra \è con\­servata l\’attribuita cattedra di San Pietro d\’Antiochia (XI - XII sec.) che la tradizione vorrebbe donata da Michele III Paleologo imperatore d\’Oriente (842 - 67), sugli altari collocati alle pareti, dipinti di Marco Basaiti (1470 - 1530), Pietro Liberi, Pietro Ricchi, Antonio Belluc\­ci, Gregorio Lazzarini, Paolo Veronese.. Il palazzo con chiostro a cui \è collegata, ora in stato di assoluto de\­grado, era la sede del Patriarcato. Ancora una volta mi rivedo bambino quando andavo a trovare, pas\­sando attraverso il chiostro, mia zia e suo marito maresciallo di marina che l\ì abitavano. Due campi erbosi grandissimi dove potevo correre e giocare. Tre bunker sul prato, avanzi della guerra, spaccavano in due il \“cam\­pazzo\”. Non avevano finestre o lucernai, gli accessi erano stati aperti, scardi\­nati, avrei potuto entrare all\’interno ma non superai la soglia, e non era la paura del buio a trattenermi, percepivo un sentimento di angoscia, delle presenze ostili, un odore di morte. Avevano delle gradinate esterne che ci permettevano di salire sopra il tetto a volta, senza tegole, tutto di cemento armato, dove giocare, cor\­rere e scivolare; sempre le ginocchia sbucciate. Mi nascondevo all\’interno di due vasche da bagno di pietra, in realt\à sarcofaghi privi del coperchio di copertura, abbandonati sopra l\’erba ai bordi del campo. Sparsi nel campo o affioranti dal terreno vi erano numerosi cocci di terracotta e di vetro che raccoglievamo e spaccavamo ancora di pi\ù per ottenerne delle superfici piane da lanciare per vederle rimbalzare sul filo dell\’acqua della laguna. Erano cocci d\’interesse storico archeologico, non ne eravamo co\­scienti, nessuno si era mai premurato di spiegarcelo. Da circa 25\/30 anni l\’area \è stata transennata e vincolata da Sovrin\­tendenza. La chiesa, che la tradizione vuole fondata nel 660 e intitolata ai santi Sergio e Bacco, fu riedificata dal vescovo Magno di Oderzo nel 774 e dedicata a san Pietro. L\’ultima ristrutturazione, su modello palladiano, avvenne verso la fine del \‘500. In questa chiesa riposano i resti del primo patriarca di Venezia, San Lorenzo Giustiniani. Molti, e forse anche tu, sei rimasta affascinata dalla cattedra detta di \“San Pietro\”, il cui schienale \è composto di una stele con inscritti moti\­vi decorativi arabi e versetti del Corano. Il suo fascino, come spesso ac\­cade, \è dovuto in gran parte alla mancanza di documentazione. Il campo \è rimasto tale. Quasi come alle origini. Non \è che parzialmente selciato, \è un verde prato alberato. Siamo tornati alla fine del XV secolo. Seduta su una delle panchine, concentrata ed assorta ad occhi chiusi, ascolti e non comprendi. Le chiacchiere ti echeggiano nelle orecchie come note dal ritmo in\­consueto. Sotto il maestoso, imponente, ma non opprimente campanile di San Pietro di Castello ci sono le \“impiraresse\” sedute e tutte coinvolte ad infila\­re collane e a \“tagiar tabarri\” (Taglia e cuci.) Un tempo come spregio venivano sforbiciati i mantelli dei patrizi, ora questa espressione ha assunto un significato pi\ù esteso. Un esempio di dialogo: \è bello, \è buono, \è intelligente una successione d\’apprezza\­menti fino a poi giungere infine all\’immancabile; ma ..., per\ò ... , taglia e cuci inteso come il pettegolezzo, la maldicenza e a volte la diffamazio\­ne, abitudine ancor oggi ben radicata anche in citt\à. Il famoso venticello. Il campanile di San Marco nella sua riedificazione, avvenuta dopo il crollo nel primi anni del novecento, \è un ragazzino, ha appena com\­piuto il secolo. Le ortolane, con le loro ceste stracolme di verdure, ortaggi e fiori, sono l\ì poco distanti nel campo, sotto i platani. Ascolti le loro le voci di richiamo ai potenziali acquirenti, spesso sguaiate, volgari, ma tu le percepivi come dei canti. Il mercato. I clienti rispondevano quasi in un controcanto. A volte raccontavano il loro quotidiano; a volte delle gioie, pi\ù spesso dei dolori ed anche, seppur pi\ù di rado, la tragedia. Ti sei nuovamente perduta, i tuoi occhi esprimevano nuovamente la sorpresa, confusione e stordimento, ma non hai provato il terrore. Ti sei sentita avvolta da un calore che ti riscaldava, che ti penetrava in profondit\à attraverso tutti i pori della pelle senza toccarti, sentivi di es\­sere accolta, abbracciata, coccolata ed amata. Anche questa \è Venezia. Roteavi lentamente su te stessa scrutando ogni angolo, qualunque persona che casualmente transitava. Tutte le porte, tutte le finestre. Le ombre. Le calli sono strette, sempre pi\ù strette e scure, eppure non hai paura di avanzare, non percepisci l\’ansia e la claustrofobia. Le penetri e le percorri con serenit\à, hai in te la certezza pi\ù forte del\­la ragione che ritroverai gli spazi aperti, luminosi, il futuro. Tutto \è naturale, nessuna ombra incupisce le pareti, tutte chiare e lu\­minose, tutto stimola il tuo sguardo e ti trasmette un sentimento di fi\­ducia. La luce che dipinge, che supera, integra e dilata gli spazi e li converte in una prospettiva della mente. Senza confini. Anche questa \è Venezia. Ti vedo, leggo il tuo sguardo e taccio. Ero tentato di farti riflettere su queste architetture. Un gioco di incontri e di contrari. Complesse e semplici. Selvagge e rudi, a volte magnanime, a volte amanti della natura, a vol\­te ostinate, aristocratiche e al contempo generose, umane. Cos\ì straor\­dinariamente imperfette da sentirle respirare, conversare tra loro sotto\­voce, chiacchierare e a volte urlare a squarciagola, imprevedibili, vive. Ma non lo feci. Ti rispetto, tu sei il soggetto di te stessa, tu sei libera. Ti guardavi attorno alla ricerca di chi o cosa era stato a generarti que\­ste emozioni. Finalmente comprendi che nulla di ci\ò che vedi \è per caso, che tutto corrisponde ad un pensiero occulto, che non conosci, che non puoi di\­mostrare, ma che senti esistere. Poi con i tuoi occhi profondi, caldi, velati d\’autunno, di malinconia e al contempo interrogativi, sei tornata a fissare i miei. Non ti risposi all\’istante. Questa \è l\’atmosfera che \è capace di generare, solo a chi sa vedere e a chi ha imparato ad ascoltare, solo a chi non ha paura del silenzio, la si\­gnora senza et\à. Anche questa \è Venezia. Venezia \è la madre. Venezia ama tutti, anche se non sempre \è ricambiata. Venezia \è una donna che non ti fa sostenere esami, \è una donna che non ti giudica. Venezia non ti fa prigioniero, non ti trattiene. Venezia non \è mai cinica come i deboli, non \è ipocrita, non ha bisogno di nascondersi. Venezia non ha porte chiuse. A Venezia non interessa vincere. Venezia non conosce la menzogna, \è sincera. Venezia non tradisce. Venezia ti aiuta a parlare, Venezia ti sa ascolta\­re. Venezia tace e dal suo silenzio comprendi quando \è ora che tu vada, da solo, senza parole, senza sbattere le porte. Venezia \è un por\­to, un ventre fecondato dai semi di tutti i popoli, Venezia non tollera, accoglie e tempera. Venezia \è Vergine, incorruttibile, onesta, sincera. Venezia \è abbondanza, distribuisce, dona a piene mani a tutti, ai belli come ai brutti, ai buoni come ai cattivi, come la cornucopia che nono\­stante l\’uso non si esaurisce mai. Riscalda ed illumina tutti come il sole. Con lei mi sento sempre piccolo, con lei ho il coraggio d\’essere allie\­vo, senza di lei potrei morire. Venezia non ha et\à, Venezia non muore mai, Venezia \è tutto. Ti allontani, viaggi, giri per le strade del mondo e una sera, alzando gli occhi al cielo, vedi una stella. Venezia \è verit\à, Venezia \è giustizia, Venezia \è un dedalo, un labirin\­to senza un centro, ma con cento centri, dove a volte puoi ritrovarti. Venezia \è ... . Questo poi ti dissi con lo sguardo, e voglio credere che tu l\’abbia compreso. Dalla fondamenta constatavi lo scorrere lento e silenzioso dell\’acqua del canale - il tempo -, la fissavi, l\’hai vista lentamente salire e lenta\­mente scendere, pulsare, l\’hai vista inspirare ed espirare come un petto, un ventre. Ti specchiavi e ne sei rimasta ipnotizzata. Ti sei vista riflessa. Il significato della vita che nel frattempo fugge via. Hai visto il tuo doppio. Ti attirava, ti sei guardata, ti sei vista bella ma non ci sei caduta dentro nel tentativo di abbracciarla. Hai compreso, metabolizzato la sua essenza; la bellezza. Non pu\ò, n\é deve essere inseguita, ma perseguita. Hai visto il tuo volto, il tuo corpo, i colori dei tuoi vestiti specchiarsi nell\’acqua, dilatarsi, restringersi, inclinarsi, comprimersi, fiammeggiarsi come in un arabesco, e poi ancora le medesime dilatazioni comprimer\­si sempre pi\ù velocemente per poi vederle nuovamente rallentare ... un tempo incostante eppure sempre uguale, si modifica solo il ritmo, mai eguale a se stesso. Ti sei sciolta e ti sei vista in una danza viva e sensuale, accelerata, ri\­petitiva, esplodente, a volte evocativa, a volte in un orgasmo travolgen\­te passionale e carnale. Hai provato l\’emozione di sentire vibrare e risuonare il tuo corpo alle note a volte di Albinoni, lagunari e umide; a volte di Galluppi, ovattate e melanconiche; a volte di Vivaldi, frizzanti e gioiose. Hai udito il tuo respiro, il battito del tuo cuore, l\’eco dei passi del tuo procedere, la voce del suo richiamo ammaliatore come il canto delle si\­rene d\’Ulisse, e in lei ti sei ritrovata. Il tempo scorreva leggero. Attimi, solo attimi, frazioni di tempo dilatato che cancellano giorni, mesi, anni d\’umiliazioni, frustrazioni, indifferenza. Momenti in cui tutto si confonde, pensieri, memorie, emozioni vissu\­te o solo sognate. Una dolcezza infinita, quasi malinconica. Sei felice e temi che tutto possa finire all\’improvviso. Con i tuoi occhi torni a fissare i miei, e non parli. Leggo le domande che ti stai ponendo. Non ti anticipo, non \è il caso che ti aiuti, non ti rispondo. Ora o mai pi\ù. Questa volta hai veramente capito. Il tempo, il prima e il dopo. Una successione d\’emozioni, di sentimenti che spesso impropria\­mente chiamiamo amore. Amore che poi altro non \è, come molti ebbero gi\à a dirci, con parole purtroppo inascoltate, incomprese e conseguentemente inapplicate, il fine ultimo della vita. Omnia vincit amor, et nos cedamus Amori (Virgilio). L\’Amor che move\’l sole e l\’altre stelle (Dante). Amor vincit omnia (Poliphilo). Gli odori dell\’erba tagliata di fresco, il profumo della terra dopo un temporale, l\’aria fresca e pungente salire nel naso, il frusciare delle fo\­glie mosse dal vento, il canto stridulo delle cicale, il profumo di sale e di mare del pesce fresco. La fragranza del pesce arrostito sulla griglia, le voci, le espressioni idiomatiche, le parole in una lingua a te sconosciuta. Continuavi a guardarti attorno. Non hai pi\ù incrociato il tuo sguardo con il mio. Non ne avevi pi\ù bisogno. La terra, il sole la luna, il braciere col fuoco purificatore. Ti ho visto assorta, concentrata, con gli occhi chiusi di chi vuole ve\­dere pi\ù lontano avvicinarti, con timore e modestia alle pareti, alle sue pietre per accarezzarle, desideravi ascoltarle, leggere gli anfratti, la me\­moria delle pietre, le fratture come una scrittura. Un atlante storico. Qualcosa \è scattato in te, non sei pi\ù quella di prima. Sei rimasta colpita ed assorbita ad ascoltare queste melodie che eri tentata di voler credere celesti. Le sette sfere di Pitagora. Le sette sfere di Agostino di cui parla con la madre Monnica sulla spiaggia del mare di Ostia. Lo sciabordio delle barche sull\’acqua dei canali, il tubare dei colombi, il rumore delle zampe dei cani lasciati a scorrazzare, il canto dei gatti in amore. Li hai osservati nelle loro movenze, nella danza rituale, rincorrersi, postarsi, rifiutarsi per dire s\ì, avvicinarsi e puntarsi per dire no, la danza della vita. Il canto stridulo delle rondini ti obbliga ad alzare gli occhi al cielo, le guardi, le rincorri con lo sguardo nel loro volo, si impennano, planano, virano. Disegnano nel cielo un alfabeto, parole, pensieri, che gli uomi\­ni forse non sanno leggere. Vedi le rondini e vedi le nuvole. E insegui quella nuvola che lenta\­mente si stempera e poco dopo si ricompone senza inizio e senza fine, ti consola. Non provi pi\ù l\’amarezza appiccicosa della nostalgia. Hai bevuto alcuni bicchieri di vino e gustato alcuni \“cicchetti\” (stuzzi\­cherie, sfizi commestibili, alimenti sminuzzati dal francese, ma anche in italiano il termine indica un bicchierino di superalcolico). I lineamenti del tuo volto si sono distesi, hanno ritrovato la luce e la serenit\à perduta da tempo, sei ringiovanita, non hai pi\ù un\’et\à, tutto \è possibile, sei pi\ù leggera. Non hai bisogni da soddisfare, ti \è rinata la fiducia e percepisci che i tuoi desideri potranno avverarsi. Ora hai in te una nuova forza, ora non hai pi\ù il pudore di chiedere, ora senti che non \è solo un diritto ma un dovere chiedere di pi\ù. Chiedere tutto perch\é tu lo hai visto, perch\é tu l\’hai provato, perch\é esiste. Voli, voli con la mente, sola con i tuoi pensieri, quelli pi\ù intimi e se\­greti, dove nessuno ti indaga e ti giudica. Con distacco, quasi fossi esterna a te stessa, una turista, rivisiti sen\­za paura o vigliaccheria il pozzo che contiene i tuoi fallimenti, le tue frustrazioni, le tue amarezze, i tuoi ricordi, non li sfuggi, non provi vergogna, non sono pi\ù tuoi. Per un attimo, un attimo im\­menso hai dimenticato il tuo nome. Salivi i gradini del ponte con passo leggero, li sfioravi, sentivi che non avevi bisogno di dire pa\­role. Che non avevi nessun luogo dove andare. Ti eri definitiva\­mente persa, senza un orizzonte, senza una lingua, senza una casa e senza una memoria. Volevi urlare al mondo che ti senti finalmente libera, la forza che ti d\à la serenit\à, volevi gridare tutte le emozioni che riesci a provare. Non puoi trasmettere tutte le commozioni che provi, non sono trascrivibili. Non provi pi\ù la paura di essere osservata, valutata, soppesata, l\’angoscia del dover essere. Ora sei cosciente che sei splendente, luminosa. Sei appagata. Una sola certezza, sei sola e non soffri la solitudine, sei piena e sazia di tutto e di nulla. Nessuno potr\à mai rubarti ci\ò che stai provando. Sei inebriata. Ubriacata e presente a te stessa, sei il tutto e non sei nulla. Un percorso che non conoscevi, hai finalmente aperto la porta e non provi pi\ù nessuna paura. Non hai pi\ù catene. Non sei pi\ù suddita di nessuno. Non hai pi\ù impegni, non hai pi\ù una meta; ti libri leggera come un filo di fumo che si stempera nell\’aria, nell\’aria come una nuvola o come un aquilone, come i magici violinisti di Chagall. Non hai un percorso prefissato da percorrere, un nuovo futuro percorso ti ha dolcemente penetrato, lo hai metabolizzato e ti sei lasciata rapire. Anche questa \è Venezia.
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OGGI VENEZIA A Venezia \è stata dedicata un\’amplissima letteratura spesso romantica, immaginaria e stereotipata. La maggioranza di questi volumi d\à un\’idea, a mio avviso, molto distorta della citt\à. L\’Ottocento e il Novecento, secoli a noi pi\ù vicini, hanno lasciato spazio ad una produzione letteraria che puntava a messaggi quali: la fine della Serenissima, Venezia senza futuro, com\’\è triste Venezia, la morte a Venezia. Venezia ha indubbiamente la capacit\à di catalizzare ed esaltare gli stati d\’animo e, pur accettando le splendide pagine di letteratura ispirate a Venezia e da Venezia, non posso dimenticare che, non sempre ma certamente spesso, sono condizionate e frutto d\’esasperati ed irrisolti problemi personali degli autori; spesso fughe dalla realt\à, amori tormentati, a volte fedifraghi. Molto raramente pagine propositive, serene, luminose e gioiose. Al massimo, a parte alcuni rari casi che fanno eccezione, una letteratura sdolcinata, opaca, decaduta e decadente. Volendo vedere Venezia con occhi distaccati dal sentimento, per quanto \è possibile, attenti e scevri dalle illusioni, oggi Venezia, per il numero dei suoi residenti, \è poco pi\ù di un paesetto. Vi suggerisco di guardarvi con molta attenzione da chi non ha tempo da perdere, da chi con spocchia e arroganza, ha fatto passare il modello dell\’introversione e la seriet\à con la tristezza. Da chi vi parla senza guardarvi negli occhi, da chi vi porge una mano molliccia e sudaticcia. Spesso il: \“non ho tempo da perdere \… non mi piacciono le polemiche\” cela unicamente la paura del confronto di chi \“ha la coda di paglia\”. Si pu\ò essere seri e affidabili anche ridendo e sorseggiando un buon bicchiere di vino. Devo constatare che i gregari, e lo siamo in realt\à tutti, l\’autore compreso, sono una categoria estinta. Molti dei suoi abitanti si ritengono i pi\ù intelligenti, i pi\ù furbi, i primi della classe. In realt\à, e scrivo queste parole con profonda amarezza e sconforto, ma non posso tacere, la maggioranza \è composta da furbetti, invidiosi, disonesti, maldicenti, meschini, e spesso anche ipocriti e vili. Mai o molto di rado udrete un po\’ di modestia. Espressioni quali: sarei disponibile a ... , propongo ... , potrebbe ... , a mio avviso ... , ritengo che ... , forse ... , ipotizzo che ... , non esistono nel dizionario, sempre espressioni senza dubbi, solo certezze. Non riconoscono la dialettica e ancor meno il diritto alla critica propositiva, unicamente la presunzione e l\’arroganza degli ignoranti - non conoscenza. Quel che pi\ù mi colpisce \è che questo modo di esprimersi e di imporsi non \è solo dei giovani, che giustamente rivendicano anche calorosamente e focosamente, a volte con ribellione, la loro voglia d\’autonomia e di crescita, pi\ù che legittima a 18\/20 anni, ma \è soprattutto degli uomini cosiddetti maturi. V\’invito ad osservare con attenzione i loro atteggiamenti, ad ascoltare il tono della voce, la scelta dei vocaboli usati e percepirete molto di frequente la supponenza, e spesso anche il mellifluo e il viscido. Si atteggiano ad imprenditori (con i soldi dello stato) in realt\à sono piazzisti d\’intrallazzi, d\’imbrogli e di inganni. Espressioni quali: lei non sa chi sono io? all\’alba del terzo millennio, sono ancora in uso e non solo dal popolino che ha la sfacciataggine di esprimerlo ad alta voce, ma in particolare dall\’intellighentia che te lo fa capire con motti e sguardi. L\’altezzosit\à di chi ritiene tutti subalterni. La supponenza di chi si ritiene arrivato. Arrivato dove? Che io sia a conoscenza, casse da morto con le tasche ancora non sono in produzione. La tragedia greca prima, il dott. Freud dopo, avrebbero molto da dire. Il nulla, nella migliore delle ipotesi, colmato dal verbalismo fascinoso e affascinante - ben lucidato. Hanno per anni criticato e continuano a stigmatizzare gli aiuti e i contributi concessi dallo stato unicamente perch\é elargiti ad altri cittadini italiani. A questi veneziani tutto \è dovuto. Uno strano connubio: l\’arroganza e il piagnisteo spesso sdolcinato e ruffiano. La realt\à \è che la maggioranza degli \“uomini di potere\” usano e hanno adottato metodi di confronto spregiudicati e immorali, sono uomini buoni per tutte le stagioni. Molto sviluppato \è il gioco di squadra. Gioco che non investe con progetti che prevedono ricadute sulla citt\à tutta, ma solo ed unicamente cura gli interessi di alcuni singoli. La realt\à \è che questi personaggi non sanno volare ed hanno la vista corta, si esprimono e trovano spazio solo nell\’ambito provinciale. Si credono e si atteggiano a fari. La realt\à \è che questa \“intellighenzia\” (casta, nomenclatura o con qualsiasi sinonimo la vogliate chiamare) pu\ò apparire un faro solo perch\é, con un gioco di alleanze, ha spento tutte le luci e, la magra luce di un fiammifero, quali in realt\à sono, nelle tenebre della notte, quando le pupille sono dilatate, appare accecante come un faro. Quasi unicamente furbizie e speculazioni con coperture d\’intellettuali corrotti e corruttori che si prestano a mascherare speculazioni. Parole, parole e ancora parole espresse con partecipazione, con il cuore in mano alla radio, alla televisione, sulle pagine dei giornali, dalle cattedre, dai palchi, nei consigli di quartiere in tutti i luoghi in cui sia possibile fare platea. Vi invito ad andarli ad ascoltare e vi accorgerete che dopo gli interventi brevi, calibrati e contenuti sempre nei quarantacinque minuti accademici, avrete udito tutto e il contrario di tutto, la forma espressiva colma con il nulla il contenuto. Solo una successione di parole, spesso noiose e afone, di chi non prende mai posizione, di chi non sbaglia mai, di chi \è sempre con la ragione e mai col torto, di chi ha percepito con due secondi di anticipo la direzione del nuovo vento. Ecologia, difesa, tutela, salvaguardia, riassetto, rilancio. La realt\à \è una sola: saccheggio, sfruttamento, stupro. Ipocriti! Molto sviluppato a Venezia \è anche il nepotismo. Vi invito a verificare i prestigiosi incarichi e le carriere istantanee assunte nell\’ambito della stessa famiglia, casualit\à? O nepotismo? Ho dovuto constatare, impossibilitato nell\’agire, che le migliori menti di Venezia, le pi\ù creative, le pi\ù oneste, le meno intrallazzate, le pi\ù spinte al collettivo sono state messe a tacere, zittite, mortificate, vituperate, offese ed emarginate da gentuncola senza qualit\à. Venezia ha perso in trent\’anni due terzi della popolazione residente, certamente i meno abbienti, ma di certo non i meno capaci, spesso solo i pi\ù onesti. Il piano regolatore generale del 1962 (in ottemperanza alla legge urbanistica del 1942) esprimeva che il fine d\’ogni politica disposta per Venezia doveva avere come obiettivo la conservazione dell\’unicum artistico - architettonico - ambientale della citt\à, della laguna e delle isole. Certamente molto \è stato fatto nel bene, come attivare il processo di disinquinamento della laguna, la difesa dei litorali, l\’escavo dei canali, gli interventi di manutenzione straordinaria e il risanamento edilizio urbano della citt\à, il rinforzo delle rive e delle fondamente. Nel bene sono stati ampliati i corsi di specializzazione delle universit\à. Anche se va detto, per\ò, che si sono dimostrati essere ben poco collegati alla citt\à. Intendo dire con ricadute concrete, progettazione e studi. In \“pole position\” si colloca, con ampio distacco dalle altre, la facolt\à d\’architettura I.U.A.V. \È un mondo chiuso, che non ha quasi nessun contatto e confronto con l\’esterno se non con rapporti impositivi. La maggioranza dei docenti, non ancora tutti per fortuna, si ritiene classe dirigente, facente parte di una casta di plutocrati, intoccabili e incontestabili. Si sono autoincoronati imperatori com\’ebbero a fare Napoleone e Bocassa, si credono e si atteggiano a dioscuri, figli degli dei. Questo modello di arroganza, purtroppo di frequente, riescono a trasferirlo agli allievi. Prima che si possa pensare che provo dei rancori o pregiudizi nei confronti dei docenti di questa facolt\à \è doverosa una precisazione che attesta proprio l\’opposto. Ho pubblicato, ed ho ancora a catalogo, con gioia e soddisfazione dei volumi di questi docenti; da alcuni, malgrado ne fossi estremamente interessato, non ho ricevuto risposta o non ho raggiunto l\’accordo economico. La maggioranza delle proposte, dopo aver visionato la ricerca, essendo in gran parte scopiazzature di lavori preesistenti ed ancora disponibili sul mercato, l\’ho scartata e rifiutata. Anche questa \è ecologia. Ecologico non \è solo il recupero della carta, ma prima di tutto non sprecarla e non sporcarla anche se produce reddito. Ancora una volta non ho la certezza di essermi spiegato con chiarezza o di aver usato toni troppo forti. Vi invito pertanto a leggere le mie parole non come lo sfogo di un rabbioso, come potrebbe apparire, ma di fare un piccolo sforzo per capire che \è un dolore, un urlo d\’amore per Venezia. Questa \è la realt\à che abbiamo davanti a noi e che dobbiamo affrontare. Per maggiore chiarezza mi appogger\ò a parte della trascrizione di un seminario tenuto il 23\/ 01\/ 1993, a Venezia, nella facolt\à di Architettura, dal Professore, ma anche maestro di vita, Manfredo Tafuri. \“Voi penserete che sono arrabbiato, non sono arrabbiato per niente, cerco solo di farvi entrare in testa che lo Stato Italiano (che \è quella merda che \è), ha condizionato la vostra generazione in un modo talmente profondo che se volete uscirne (vale a dire dallo Stato: per cui noi dobbiamo pagare come contribuenti i furti di 20, 30, 40 anni di mala amministrazione con la totale omert\à dell\’intera classe politica, questa \è la situazione in cui siamo), se voi volete essere una generazione di giovani che non sia gi\à senescente alla vostra et\à, dovete fare uno sforzo su voi stessi estremamente violento per dimenticarvi tutto: il costume decadente e schifoso che vi \è stato solamente comunicato (non insegnato) leggendo i giornali, e comunque del costume in generale del lassismo italiano e in parte europeo. La percezione della chiesa viene in gran parte oscurata. Non credo che oggi si possa fare il mestiere di intellettuale se non si sa con grande chiarezza che siamo sull\’orlo del baratro: non in Italia, \è la modernit\à che \è sull\’orlo del baratro, e non ne abbiamo vie d\’uscita. Abbiamo per\ò i mezzi della comprensione razionale, ma se voi non vi fate le basi di questa costruzione razionale voi siete e sarete: l\’80\% di voi disoccupati comunque, il resto corrotti (perch\é per trovare un lavoro specialmente in architettura ci vuole un animo fortissimo per non essere corrotti), o degli schiavi. Questo \è il vostro destino, so che nessuno ve lo racconta ma questo \è il vostro destino ...\” Questo pensiero viene in parte ripreso e rilanciato sulla prima pagina del Corriere della sera in data 15\/11\/01 sulla rubrica Pubblico & privato di Francesco Alberoni: \“La carriera universitaria, che dovrebbe allevare individui liberi e creativi, in Italia produce dipendenza, incertezza e servilismo.\” Sempre Alberoni, il 12\/11\/01, sempre sul Corriere della Sera, sempre nella medesima rubrica, riferendosi sempre al mondo universitario: \“Molti nostri ottimi studiosi non entrano nell\’universit\à perch\é, non essendoci concorrenza fra atenei, non vengono favoriti i pi\ù bravi, ma i pi\ù intruppati o i pi\ù intriganti.\” Nel bene va sottolineata l\’espansione esponenziale dell\’industria del turismo, anche se non si pu\ò dimenticare che si \è sviluppato senza nessun ordinamento e a discapito della specificit\à di Venezia. Ma, e soprattutto, molto \è stato fatto nel male: come non saper affrontare il problema della residenza. I residenti stimati erano 178.000 a fine del 1945, 145.500 nel 1960, 78.900 nel 1990, ora, sul finire del 2001, Venezia centro storico ne conta meno di 60.000. Il censimento del 2002 conferma questo trend negativo. Venezia ha perso altri 3.400 residenti. Altri 4.000 nell\’ultimo biennio 2003\/4. Attualmente 2011 la popolazione residente \è scesa sotto le 59.000 unit\à. L\’isola del Lido, che fa parte nel conteggio di Venezia, si \è notevolmente sviluppata vedendo salire la residenza da poche migliaia di abitanti agli oltre undicimila attuali. Questi numeri si commentano da soli: non serve aggiungere, o chiarire con altre parole. Da alcuni anni questa situazione si \è ulteriormente aggravata, anche in grazia delle nuove discipline in materia approvate in occasione dell\’anno giubilare. Molti appartamenti sono liberati dagli ingombranti inquilini affittuari e sono ristrutturati col fine di ottenere delle locande, affittacamere, molto pi\ù remunerative, con ovvie ricadute sulla residenza fissa in citt\à. Venezia non ha terreni su cui espandersi, Venezia non ha una periferia. Da questo fenomeno di cambio di destinazione d\’uso da appartamento in locanda, o pseudi bed & breakast non sono esenti neppure i piccoli o i micro proprietari immobiliari che, al contempo, sono coloro che dicono di amare la citt\à. Accettare questa interpretazione del sentimento d\’amore vol dire accettare che il \“lenone\” ama le sue prostitute. Un tempo, il motto degli italiani per giustificarsi era: \“tengo famiglia\”, a questo, per quanto inerente ai danni alla citt\à, si \è aggiunto: \“ma noi non ci saremo\”. Il futuro della citt\à, dei suoi figli e dei cittadini non ha peso. Deve essere ben chiaro che i residenti (veneziani) sono stati sfrattati dai veneziani. Mi viene spontanea una domanda: i proprietari immobiliari amano veramente la citt\à o solo le proprie tasche? Una citt\à senza abitanti \è ancora una citt\à? Quand\’ero bambino fu varata la prima \“legge speciale per Venezia\”. Era il 31\/ 03\/ 1956, dopo circa dieci anni fu modificata, era il 5\/07\/1966. La legge speciale, poi divenuta obsoleta, fu rifatta il 16\/04\/ 1973 e riformulata ancora una volta il 29\/ 11\/1984, seguirono poi decreti presidenziali e leggi regionali. La divisione delle rispettive competenze cre\ò non pochi problemi sul piano applicativo. Ci\ò che \è stato realizzato nel bene e nel male in pi\ù di quarant\’anni \è sotto gli occhi di tutti. A 35 anni dall\’alluvione del 4 novembre 1966 Venezia \è ancora indifesa dalle acque alte e, a tutt\’oggi, non c\’\è stato nessun intervento concreto per mettere al riparo la citt\à dal pericolo di nuove disastrose e terrificanti alluvioni. Come ha scritto il giornalista Roberto Bianchin in: Aqua granda, il romanzo dell\’alluvione, possiamo solo registrare che abbiamo avuto \“Trent\’anni di convegni, di dibattiti, di tavole rotonde, di proposte, di progetti, di studi, di promesse, di altre leggi speciali, di polemiche, di baruffe, di comitati, comitatoni, commissioni, di gruppi d\’esperti, di cenacoli di scienziati, di pagine di giornali. Trent\’anni di insopportabili e inutili chiacchiere.\” In data 15 marzo 2001 il governo decide per l\’ennesima volta di rimandare e di rivedere, per le modificate previsioni sullo stato del clima della terra, il progetto di dighe mobili chiamato Mo. Se 1, il soggetto unico cui \è stato affidato l\’incarico \è il Consorzio Venezia Nuova. Il progetto prevede di chiudere temporaneamente i tre canali di Malamocco, Chioggia e Lido che collegano il mare Adriatico alla laguna di Venezia in caso di previsione di marea superiore al metro e 10 centimetri, con l\’istallazione di 78 paratoie mobili con un sistema idraulico che prevede l\’immissione di aria compressa all\’interno per l\’innalzamento delle paratie (dello spessore tra i 4 e 5 metri. ) 2. In data 06\/01\/01 pare che il progetto Mo.Se. abbia superato tutti gli scogli burocratico-legislativi. Il governo ha dato il via ai lavori che prevedono, eventualmente in una seconda fase, una scogliera artificiale lunga un chilometro e duecentottanta metri da posizionare a fronte delle dighe del porto di Malamocco col fine di rallentare il flusso di marea sospinto dal vento di Scirocco, ed anche di una piattaforma posizionata a circa dieci chilometri al largo per l\’attracco e lo scarico tramite un oleodotto sotto-marea sospinto dal vento di Scirocco, ed anche di una piattaforma posizionata a circa dieci chilometri al largo per l\’attracco e lo scarico tramite un oleodotto sottomarino delle petroliere. Il Mo.Se. quando sar\à e se sar\à terminato nel 2011 verr\à a costare 3.700 milioni di euro. Stima attuale (2003). A regime coster\à 2 milioni e 975 mila euro di gestione annuale. Quante saranno le ulteriori variazioni del progetto in corso d\’opera e ovviamente i costi, non ci \è dato a sapere. Certo \è che la tesi per cui i lavori relativi al Mo.Se. erano stati sospesi solo alcuni mesi addietro per le mutate condizioni del clima \è gi\à stata dimenticata. Ultime notizie, Andreina Zitelli, docente presso lo IUAV, ha sottolineato che le colate di centinaia di tonnellate di cemento a mare su cui ancorare le dighe mobili che compongono il Mo. Se. non sono da ritenere interventi a basso impatto ambientale; vedremo come andr\à a finire questa ennesima denuncia. al sottoscritto, e, non sono da solo seppur in minoranza, passa un solo pensiero per la testa. Se la sintesi \è, come mi \è stato insegnato tanti anni fa, il punto massimo della dialettica non posso che riassumere in: basta! mi avete rotto i \… (censura) diciamo scocciato, mettetevi a lavorare e fate qualcosa di concreto se ne siete capaci, se veramente siete dei tecnici e degli esperti. Nel 1973 la legge speciale per Venezia prevedeva una spesa, enorme per quegli anni, di trecento miliardi di lire. Venezia vuole i contributi pubblici, in altre parole prelevati dalle tasche di tutti gli italiani, solo in grazia della propria storia passata. Venezia vende le glorie di un passato che ha gi\à in gran parte svenduto, che non ha saputo conservare, che non conosce, che non apprezza, che non ha capito, che non ha saputo rinnovare. La grandezza di Venezia si era affermata nei secoli, per aver saputo spesso far convivere e coniugare la forza con la giustizia, la ragione con i sentimenti, il sacro con il laico, generando e alimentando un sentimento chiamato amore. Le porte del Palazzo Ducale, sede del governo, erano sempre aperte. Ora non \è pi\ù cos\ì, sic!. Provate a chiedere un incontro con qualcuno degli uomini di palazzo e, se anche vi sar\à concesso in tempi ragionevolmente veloci un incontro, vi accorgerete non sempre, ma molto di frequente, che state parlando con un muro: vedremo, faremo, terremo presente, non rientra nei nostri mansionari. Tutti i giochi sono gi\à stati stabiliti in occasione di convegni e dibattiti in realt\à cenacoli e colazioni \“di lavoro\”. A Venezia, come avviene probabilmente in tutta Italia, la maggioranza dei politici e dei loro funzionari esige che il normale cittadino sia un vassallo, cosa che non avviene con i poteri forti in cui i ruoli si ribaltano. \È obbligo dire s\ì! \È negato anche il diritto d\’opinione. Mi spiego meglio: chi svolge un lavoro autonomo non ha la possibilit\à di esprimere il proprio pensiero: se parla, non condividendo, perde il committente. Non \è anche questa una forma semi occulta di ricatto? Se vuoi continuare a lavorare devi assoggettarti a questo regime ed applicare la pi\ù restrittiva censura, l\’autocensura. Quest\’affermazione potr\à risuonare forte ed esagerata, ma vi garantisco che \è cos\ì. Nel parlar figurato esisteva, molto usata, ed esiste tuttora un\’espressione quale \“va a combater!\” (vai a combattere!) ora a quest\’espressione \è stato anteposto un ma ovvero:ma va a combater che corrisponde a \“(l\’) assa perder\” lascia perdere, lascia stare, in altre parole, non fare nulla. Che senso dare a questo ribaltamento di contenuto? A mio avviso altro non \è che l\’indicazione di uno stato di remissione totale. La maggioranza della popolazione ha perso anche la capacit\à di indignarsi, accetta questo stato di cose come ineluttabile. E l\’ineluttabile non \è che l\’alibi di coloro che non vogliono pi\ù lottare, di coloro che accettano di vivere con rassegnazione. Le risposte che otterrete a queste osservazioni sar\à: ho le mani pulite (tutti i ladri usano i guanti) o nella stragrande maggioranza dei casi: la corruzione esiste in tutta Italia, non credere che da altre parti sia meno presente. Non sono risposte, la prima \è una affermazione falsa, la seconda una constatazione. \È certamente vero, come ebbe a dire don Abbondio, che il coraggio di reagire rifiutando di essere partecipi silenti o attivi, uno non se lo pu\ò dare. Parole nel vuoto. \“Magna e tasi\”, mangia e taci (sottintendendo non ti fare domande, non scocciare, non essere polemico, ce n\’\é per tutti) \è l\’espressione non pi\ù detta, ma certamente pi\ù applicata in citt\à. A Venezia arrivano ogni anno decine e decine di miliardi di contributi per varie iniziative, per favore bloccateli! Pi\ù denaro arriva e pi\ù Venezia rischier\à il depauperamento del patrimonio architettonico e sar\à distrutta. In tutto il mondo, ma con particolare urgenza a Venezia, esiste l\’assoluta necessit\à, con \“ le buone o con le cattive\”, di ritrovare anche \“un\’ecologia della mente \”. Il Prof. M. Tafuri ebbe a dire che: \“siamo sull\’orlo del baratro\”, personalmente oggi credo che siamo in piena decadenza intellettuale e morale. Le invidie, le piccinerie, le caste, le cricche, i nepotismi, le lobby, sono innumerevoli e ben radicate, si \è persa la capacit\à di vivere, di credere nel futuro. Anche a Venezia ha vinto \“il mercato\”. Un mercato dominato dai gruppi di potere in cui non solo hanno trovato spazio gli intrallazzatori e gli incompetenti, ma anche chi li esalta. Il libero mercato prevede che tutte le istituzioni pubbliche bandiscano le gare d\’appalto col fine di ottenere l\’offerta con il miglior rapporto qualit\à prezzo, non farle o \“dimenticarsi\” di invitare, come spesso avviene, tutti gli aventi diritto \è un libero mercato o \è qualcosa di diverso? Spesso il diritto a Venezia viene dimenticato, \è morto, esiste in ampi spazi dell\’amministrazione pubblica o a partecipazione la cultura del \“favore\” o \“assistenzialismo\” tipica di altre regioni italiane tacciate a ragione di mafia . Forse il denaro non puzza ma sicuramente spesso inquina e corrompe i corruttibili. Essendo questo capitolo dedicato alla situazione contemporanea mi pare doveroso ricordare, al fine di poter fare dei confronti e dei parallelismi, un po\’ di storia. Venezia ha oggi oltre quattrocento ponti; non per tutti, ma sicuramente per i tre ponti che attraversano il Canal Grande, quello dell\’Accademia (1853), quello degli Scalzi (1858) e quello di Rialto, prima di essere edificati, furono bandite delle gare e valutate attentamente le proposte. Il ponte della Moneta detto poi di Rialto fino al 1587 era in legno. A partire dalla prima decade del secolo aveva evidenziato gravi problemi di struttura. Lo stato di degrado era giunto ad un punto in cui non era pi\ù conveniente e possibile fare dei restauri. Si decise la riedificazione ex novo. Va anche ricordato per\ò che, prima di aggiudicare la gara per la riedificazione, furono presi in visione e soppesati numerosi progetti. Tra i criteri di valutazione per i punteggi di giudizio non vi era solo l\’estetica, ma anche i tempi necessari alla realizzazione, l\’ammortamento, i costi di gestione, di manutenzione ecc ... Parteciparono architetti di fama ed anche altri meno famosi: Michelangelo Buonarroti, Jacopo Tatti detto il Sansovino, Giacomo Barozzi detto il Vignola, Andrea Palladio, Giacomo Guberni, Dionisio Baldi, Giocondo Giocondo, Vincenzo Scamozzi, Giovanni Alvise Bold\ù e Andrea dal Ponte. La gara, dopo estenuanti dibattiti, studi commissioni e sottocommissioni, polemiche e inchieste, fatti personali e beghe senza fine fu affidata al Dal Ponte, proto al Palazzo Ducale, che in tre anni, a partire dal 1588, port\ò a completamento il cantiere. Per le fondazioni furono utilizzati complessivamente 12.000 pali di olmo. Il costo complessivo fu di 250.000 ducati. Ora non \è pi\ù cos\ì. Le gare non si fanno pi\ù, \“non sono pi\ù necessarie\”. Qualcuno potrebbe essere stimolato da queste parole a pensare male, a qualche losco accordo sotterraneo; ma non \è assolutamente cos\ì, se lo tolga immediatamente dalla testa. Il disegno di un nuovo ponte, di cui in concreto nessuno tra i residenti in citt\à e ancor meno tra i \“foresti\” visitatori della citt\à sentiva la mancanza, \è arrivato in regalo. (il progetto ovviamente a pagamento). E, come da tutti \è risaputo: a caval donato non si guarda in bocca. Un attimo, solo un attimo di riflessione e una domanda: ne siamo proprio certi che al cavallo non si deve guardare in bocca? A volte anche i proverbi possono fallare e, sempre per parlare di cavalli ricordo ci\ò che scrisse tanto tempo fa un certo Omero di Ulisse. Uomo, caso pi\ù unico che raro, furbo e intelligente al contempo, che convinse i Greci a donare un cavallo ai Troiani. Non serve certo che vi racconti tutta la storia. Siete gi\à a conoscenza di come and\ò a finire per la citt\à di Troia e per i suoi abitanti. Preso atto di questa situazione mi vengono spontanee tre domande, alle quali non so dare risposta. La prima: \è veramente cos\ì fortunata e amata la citt\à di Venezia? La seconda: come mai \è arrivato in omaggio il progetto di un ponte di cui, mi ripeto e sottolineo, nessuno aveva mai sentito la mancanza? La terza: \è perch\é le autorit\à preposte non hanno fatto dichiarazione d\’essere disponibili ad accettare di vagliare anche altri regali? Alla prima domanda mi sono risposto con la convinzione che essendo quasi sicuramente l\’ultimo ponte edificato ex novo a Venezia, non \è detto che gli strumenti di comunicazione di massa quali i giornali, le radio e le televisioni sia pubbliche sia private, nazionali ed internazionali non ne parlino, magari citandone il generoso architetto e tutti coloro che in qualche modo hanno contribuito alla realizzazione. Alla seconda non ho saputo darmi risposta, se non rifiutando che sia un regalo, ma parte di un progetto di cui, come i Troiani, non conosco il fine. Alla terza non so cosa rispondere, ho solo difficolt\à a credere che sia una dimenticanza. Il progetto, gi\à approvato, del nuovo ponte che per il momento chiameremo di \“Calatrava\”, dal cognome del magnanimo ingegnere e architetto, che si vuole edificare sul Canal Grande per mettere in comunicazione Piazzale Roma con la fondamenta di Santa Lucia sar\à innalzato, salvo modifiche, anche in deroga alla legislazione in materia che prevede che tutti gli edifici pubblici (compresi i mezzi di trasporto pubblico) progettati, costruiti o ristrutturati dopo il 28 febbraio 1986 devono essere privi di barriere architettoniche (d.m. 236\/89 art. 2; art. 27 e 28 ex lege 118\/71). La legislazione in materia prevede che la pendenza non debba essere superiore all\’8\%, che devono essere previste piazzole ogni sei metri di superficie non inferiori al metro e mezzo, che l\’alzata del gradino non deve essere superiore a sei centimetri, che i gradini devono essere antisdrucciolo. Mi si potrebbe obiettare che il valore d\’uso e l\’estetica richiedono e giustificano una deroga a questi aspetti \“marginali\”. Ultime notizie. La commissione di salvaguardia ha approvato il progetto dando via all\’inizio dei lavori in data 23\/01\/2002. Ovviamente non sar\à munito di servoscala per handicappati in quanto, come affermato dall\’architetto ed assessore al comune di Venezia Roberto d\’Agostino, rovinerebbe l\’estetica della struttura e non indispensabile in quanto gli handicappati possono spostarsi utilizzando i mezzi pubblici. Nella prima settimana di febbraio 2002 le numerose proteste hanno convinto gli amministratori a rivedere il progetto e munirlo di servoscala. I lavori dovrebbero iniziare definitivamente entro il mese di luglio del 2003. Il comune di Venezia, a maggioranza di centrosinistra, avr\à un contributo pari a circa un terzo dell\’importo complessivo che sar\à sostenuto dalla regione veneto a maggioranza di centrodestra. Il costo di questo ponte, la cui lunghezza complessiva sar\à di 81 metri, \è stimato attualmente a nove miliardi di lire 3. Sar\à realizzato nella struttura portante in acciaio, i gradini di vetro con rifiniture in pietra d\’Istria e ottone. Tempi previsti dagli \“esperti\” per la realizzazione, circa 18 mesi, in realt\à a tutt\’oggi (2005) sono trascorsi oltre 24 mesi ed ancora il ponte non esiste 4. L\’illuminazione sar\à dal basso per creare un effetto scenografico. L\’altezza sul medio mare sar\à leggermente superiore al vicino ponte degli Scalzi per non falsare la percezione della prospettiva tra le due strutture. Il ponte di Rialto ha una luce d\’arco di 28,8 metri e una freccia (altezza sul medio mare) di metri 6,4. Quello dell\’Accademia ha una luce di 48 metri e un\’altezza di 6 metri, quello degli Scalzi una luce d\’arco di metri 40 e un\’altezza di metri 6,75. Quello di Calatrava una luce di 81 metri e un\’altezza di 8\/9. Prevedo che il prossimo ponte, qualora si imponga d\’autorit\à una necessit\à, avr\à un\’altezza sicuramente superiore ai 10 metri, \“per non disturbare l\’effetto prospettico\”. Dimenticavo di dire che solo alcuni natanti che transitano lungo il Canal Grande superano l\’altezza di tre metri, tutti gli altri non superano i due metri. I costi di manutenzione ordinaria, previsti oltre 200.000 euro all\’anno, sono superiori al costo di un traghetto. Questa la sintesi. Che dire o quale commento esprimere cercando di evitare di cadere in qualche reato? Una sola parola: DADAUMPA. Se l\’estetica giustifica la deroga alla legge, porgo rispettosa domanda a chi di competenza che mi si chiarisca per quale motivo questa deroga non \è stata applicata per evitare di ristrutturare (1988) un ponte del XVI (1580, Contini) secolo come quello delle Guglie. \È sotto gli occhi di tutti il totale fallimento dell\’intervento non solo a causa della pendenza eccessiva (16\%), ma anche perch\é i gradini del ponte sono paralleli alle fondamente da unire, inoltre il ponte \è inclinato di circa 30\° e le carrozzelle, anche quando sono munite di uno sterzo, hanno grandi difficolt\à a correggere la traiettoria del percorso con forti pendenze. Solo per la cronaca, \“vox populi\”, attribuisce il progetto a un docente della facolt\à d\’architettura di Venezia, specializzato proprio in problemi inerenti ai portatori di handicap motori. Il suo nome \è Enzo Cucciniello, responsabile del Corso di Progettazione Ambientale ed Ergonomia. Divertente \è constatare che il sig. sindaco di Venezia, dopo essere stato costretto a rivedere le proprie posizioni, afferma a sua discolpa che i servoscala ci sono gi\à in diversi ponti e che rimangono praticamente inutilizzati. Come sintesi e conclusione mi ritorna alla memoria il \“Monello\” di C. Chaplin, ovvero: fare e disfare e tutto un fare. Un\’altra domanda in subordine la rivolgo all\’esimio Calatrava o a colui che l\’ha stimolato a fare questo progetto: gradirei sapere perch\é non ha ritenuto utile progettare il ponte dell\’Accademia, provvisorio da oltre un secolo. Ancor oggi la citt\à \è catalizzatrice di molte delle nuove e vecchie tendenze di pensiero spesso usate con intenti speculatori neppure troppo celati, ma sicuramente molto ben protetti. Lo attestano le numerose universit\à, le biblioteche pubbliche, i centri culturali italiani e stranieri, i musei, le fondazioni, gli archivi, le mostre, le feste, i convegni. Spesso pi\ù che ad un rilancio di Venezia puntano ad uno sfruttamento dello spazio scenografico offerto, gratuitamente, dalla citt\à stessa. Venezia usata come uno splendido contenitore della \“pochezza\”. A Venezia si organizzano centinaia di manifestazioni e di mostre l\’anno, quante ne ricordate di quelle effettuate negli ultimi trent\’anni? In una societ\à che non ha tempo, consumistica, l\’importante \è apparire. Quanti brani musicali di canzonette ricordate per il medesimo lasso di anni? Il confronto vi dice quale memoria ci hanno lasciato. Altre parole non servono. Forse non sono riuscito a spiegarmi a sufficienza, a trasmettervi e farvi provare il desiderio di riscatto che vivo e che vivono tutti coloro che sono veramente Veneziani. Non \è facile. Certamente meglio di me l\’ha saputo descrivere il giornalista Roberto Bianchin. Cito in integrale alcune pagine estratte dal suo volume: La resa, cronache della resistibile caduta della Serenissima. \“Dalla caduta della Serenissima Repubblica di Venezia, da quel fatale dodici maggio del mille e settecento novantasette, sono trascorsi duecento anni. Tanti. E molta acqua \è passata davvero sotto i ponti. La Serenissima Repubblica ha cominciato un lungo viaggio verso il tramonto senza il biglietto di ritorno. Non \è pi\ù resuscitata dal buio della storia, non \è pi\ù uscita da quel cantuccio, da quell\’angolino dov\’era stata confinata. Non ha mai pi\ù ripreso la sua forza, la sua autorevolezza, la sua potenza, il suo dominio, il suo ruolo egemone, politicamente, militarmente, culturalmente, nell\’Italia e nel mondo. Non ha pi\ù avuto Dogi. Anche il rimpianto, duecento anni dopo, non c\’\è pi\ù. Non c\’\è pi\ù l\’amarezza, n\é la nostalgia. Non ci sono pi\ù sogni di grandezza. Non c\’\è neanche pi\ù un movimento di nostalgici, di romantici che sognino di riportare in vita il fantasma del governo aristocratico sconfitto dalla rivoluzione francese e dall\’ignavia dei governanti di allora, ma cancellato soprattutto dalla storia. Solo le bandiere, le vecchie bandiere della gloriosa Serenissima, quelle con il leone di San Marco ed i colori oro e granata, continuano a sventolare, ogni tanto, nei cieli umidi della laguna. Prima timide, segno di un orgoglio cittadino ritrovato, sugli spalti di uno stadio di calcio, il vecchio Pier Luigi Penzo di Sant\’Elena, per salutare la squadra del Venezia che uno degli ultimi mecenati del pallone, Maurizio Zamparini, friulano anch\’egli come l\’ultimo Doge Lodovico Manin, ha ripescato dal purgatorio delle serie minori per riportarla nell\’olimpo professionistico della pedata. Poi pi\ù aggressive, nei comizi e nelle manifestazioni della Liga Veneta, in seguito confluita nella Lega Nord, che si propone, sotto la guida lombarda di un ex cantante, Umberto Bossi, non tanto una riedizione della Serenissima, quanto la nascita di uno Stato nuovo di zecca, denominato Repubblica della Padania, che comprenda le regioni dell\’Italia del nord pi\ù l\’Emilia Romagna e la Toscana. Obiettivi, confini, caratteristiche e leadership diversi, in ogni caso, da quelli che erano nei cromosomi della Serenissima. Dirigenti e militanti veneziani e veneti della Lega, comunque, hanno rispolverato, in occasione dell\’avvio della battaglia secessionista, annunciata il 15 settembre 1996 da una marcia lungo il Po, terminata a Venezia con il giuramento di fedelt\à alla Padania, le vecchie bandiere di guerra della Serenissima. Quelle con il leone che abbandona lo sguardo placido per il muso feroce, che impugna la spada e che chiude il libro che teneva aperto, mettendoci sopra, minacciosa, la zampona. E alcuni degli ultimi aristocratici di Venezia, specie in via di estinzione, ormai ridotta al lumicino e, per quel che ne \è rimasto, pienamente integrata, da cittadini qualunque, nella vita e nel lavoro di ogni giorno, hanno scelto di aderire al progetto leghista, rivoluzionario e populista, forse nella segreta speranza, o per meglio dire l\’utopia, di rinverdire certi allori del passato. Come il conte Alvise Vitturi, bizzarro e mondano, e come il conte Ranieri Da Mosto, ombroso ed enigmatico. Veneziani di sangue blu che hanno scelto di combattere la battaglia secessionista della Lega. Il conte Da Mosto, gastronomo, giornalista della Rai in pensione, erede di una famiglia che diede Dogi alla Serenissima, ha fatto anche di pi\ù, ed ha concesso alla Lega l\’uso del suo palazzo sul Canal Grande, Palazzo Da Mosto per l\’appunto, per insediarvi permanentemente il governo-ombra, anzi, il governo-sole come lo chiama Bossi, incaricato dalla dirigenza del Carroccio di preparare la strada per la secessione e l\’indipendenza sognata del nord. Quanto alla citt\à, \è molto cambiata, e in peggio, da com\’era duecento anni fa. Dei segni del suo dominio, della sua ricchezza, della sua supremazia politica, diplomatica, economica, militare, culturale, artistica, mondana, non rimane praticamente pi\ù nulla. La Venezia della fine di questo ventesimo secolo \è un\’isoletta alla deriva che ha perso la bussola e la rotta. \È una vecchia e sdentata baldracca che sta dimenticando, sta smarrendo, anche le ultime tracce della propria, secolare, identit\à. Inquinata e impigrita, abbandonata dai suoi abitanti e dalle sue aziende, travolta da un turismo imbecille e smisurato, indifesa di fronte al pericolo delle acque alte e delle alluvioni, come quella, disastrosa, del 1966, Venezia si avvia, senza pi\ù maschera, col volto coperto di rughe e di mestizia, a diventare solo un\’affascinante quinta di teatro, da illuminare di giorno quando entra il pubblico pagante dei turisti intruppati, e da spegnere la sera quando i turisti si ritirano negli alberghi anonimi di una terraferma brutta e disordinata, figlia della peggiore speculazione edilizia. \È dagli anni \‘60 che Venezia, pur amministrata da governi di diverso colore, continua a perdere abitanti. Adesso, alle soglie di un duemila gravido di rischi e di incognite, la citt\à \è scesa al suo minimo storico, sotto la soglia dei 70mila residenti, l\’equivalente di una modesta cittadina di provincia. E l\’esodo continua, drammaticamente, a spopolarla. L\’hanno lasciata soprattutto i giovani, che se ne sono andati verso i paesi della vicina terraferma per \“do stanse col bagno e \‘l termosifon, e tanta acqua calda che la vien co ti vol\” come cantava Alberto D\’Amico. \“Per due stanze col bagno e il termosifone, e tanta acqua calda che viene quando vuoi.\” Se ne sono andati a causa dei costi proibitivi per l\’acquisto ed il restauro delle case, che spesso sono tenute vuote e sfitte dai proprietari, nell\’attesa speranzosa di qualche ricco compratore straniero che prima o poi arriva, arriva e paga senza discutere, perch\é Venezia, in fondo, \è sempre Venezia. E questo fenomeno ha fatto salire a prezzi impossibili il valore degli immobili, e ha provocato la fioritura di un vivace mercato clandestino su scala internazionale. Se ne sono andati, i giovani di Venezia, se ne sono andati a Mestre, hanno fatto dei figli e i loro figli sono diventati mestrini e non sono pi\ù tornati a Venezia. Con gli abitanti, se ne sono andate via anche le aziende. Venezia non ha pi\ù una fabbrica nel centro storico n\é un\’attivit\à produttiva che non sia quella di vendere un letto per una notte o il tavolo di un ristorante malandrino per una cena. La citt\à ha perduto le fonti pi\ù vive, e pi\ù vere, della sua economia, e si \è ridotta a languire, a elemosinare, a lucrare, a dipendere unicamente dal dio bizzarro e mostruoso del turismo rincoglionito e massificato. Un turismo giornaliero, frettoloso, di rapido consumo, di scarso spessore, che ha prodotto, oltre a quello di prendere in ostaggio la citt\à, ricattata economicamente a mani basse, anche un altro tragico risvolto: quello di cambiarle i connotati. Radicalmente. Chiudono infatti i negozi che in qualsiasi, normale, citt\à del mondo, scandiscono lo scorrere della vita di tutti i giorni. Chiudono i panettieri, i sarti, i calzolai, le merciaie e persino le osterie. Aprono, al loro posto, le boutiques delle cosiddette grandi firme, le multinazionali del fast food, le botteghe delle finte maschere fabbricate in Giappone e nelle valli del bergamasco. Venezia, duecento anni dopo la caduta della Repubblica aristocratica, quasi per una curiosa e terribile nemesi storica, o per una sorta di legge spietata del contrappasso, \è finita nelle mani della ganga degli affittacamere rapaci e degli osti da rapina, degli intromettitori abusivi e degli arroganti battitori di piazza, della mafia dei motoscafisti dalle collane d\’oro, dei bancarellari, dei gondolieri, dei cambisti usurai del casin\ò. La Venezia del duemila si \è arresa ad altre orde selvatiche come quelle napoleoniche: quelle deituristi senza alcun rispetto, bigotti e frettolosi, razziatori dell\’era moderna, e quelle di chi li sfrutta e li spenna senza scrupoli e senza un briciolo, non dico di onest\à, ma di dignit\à. Il resto non c\’\è. Non c\’\è resto e non fa storia. Il resto \è poco pi\ù che tramonto, degrado, cumuli di immondizie e fetore di marcio. Rimane solo qualche isolata battaglia di testimonianza. Il fascino della citt\à magica, raccontato nei secoli dagli scrittori, cantato dagli artisti, disegnato dai pittori, \è diventato impalpabile come uno sbuffo di cipria. Sono scomparsi gli abitanti, le aziende, gli intellettuali, gli artisti, i cinema, i teatri. Uno, La Fenice, l\’hanno persino bruciato. I giovani scappano per non tornare pi\ù, e gli ultimi veneziani della riserva indiano-lagunare invecchiano tristi vendendo perline ai turisti, rassegnati alla sconfitta, gonfi di sogni svaniti e di vino bevuto. Le antiche e nobili radici scoloriscono pian piano fino a scomparire, a diventare striscie sottili sul filo dell\’orizzonte malato. Sono nato in un\’isola di questa citt\à, tra l\’odore delle macerie lasciate in giro dalla guerra, e l\’ho amata Venezia. Ci sono cresciuto, ci sono vissuto, ci ho lavorato, ci ho amato. Non ho mai avuto, e non ho, nostalgia dei Dogi. Non sogno Repubbliche Serenissime n\é Repubbliche Padane \È qui dentro, in fondo al cuore, che qualcosa si \è spezzato. Sento che l\’ora della resa, la mia, ogni sera che passa si avvicina. Sento che vorrei lasciarti, amore. Sento che comincio a non amarti pi\ù, Venezia. Ma le notti che mi vieni a trovare sento anche che vorrei, domani, innamorarmi ancora.\” Dopo queste amare considerazioni che si possono ricondurre, con molte probabilit\à, a quasi tutti i paesi e le citt\à, va anche detto che Venezia ha ancora degli aspetti che la fanno essere ancora una citt\à pulsante e viva. Pertanto invito tutti a venire a Venezia. A Venezia vale la pena di trascorrere del tempo, forse anche tutta la vita. La venezianit\à non \è un certificato di nascita. Venezia \è un\’idea della mente, \è una scelta di vita, un luogo dell\’anima. Quest\’opinione \è in parte condivisa anche dal prof. Massimo Cacciari che nella sua presentazione al volume: Mariano Fortuny scrive: \“Parafrasando una popolare battuta: veneziani si nasce o si diventa? Certo, venire alla luce in citt\à comporta d\’ufficio una registrazione di stato civile che in qualche modo attribuisce un\’origine. Ma \è sufficiente questo per fregiarsi significativamente dell\’appellativo di veneziano? O piuttosto - considerato la storia, la civilt\à, il ruolo, le aspettative, le esigenze di Venezia - non lo si dovrebbe riservare a chi davvero, cio\è responsabilmente, consapevolmente, fattivamente rende testimonianza di \“venezianit\à\”? Troppi \“usano\” Venezia piegandola ai propri interessi, pochi si sforzano di comprenderne la natura e il carattere e, conseguentemente di servirla.\” Per concludere e qui esprimo un\’idea personale: Venezia \è un luogo fuori dal mondo, da dove si pu\ò vedere il mondo. State attenti voi che venite a visitarla per la prima volta, spesso \è accaduto, e ne conosco molti, che sono rimasti talmente intossicati gi\à alla prima visita, che come i drogati non possono pi\ù vivere se non in funzione della sostanza assunta, e che non riescono pi\ù a vivere senza il pensiero di tornare a Venezia. Concludo e mi pare opportuno citando alcuni brani di Iosif Brodskij tratti da Fondamenta degli incurabili. \“Ripeto: acqua \è uguale a tempo, e l\’acqua offre alla bellezza il suo doppio. ... Ecco la funzione di questa citt\à nell\’universo. ... Perch\é noi siamo diretti verso il futuro mentre la bellezza \è l\’eterno presente. ... Lo stesso vale per l\’amore, perch\é anche l\’amore \è superiore, anch\’esso \è pi\ù grande di chi ama.\” L\’architettura in quanto tale \è specchio del suo tempo, del potere espresso dalla societ\à e della sua cultura. A mio parere in questi anni, se non sempre, sicuramente spesso, abbiamo visto e vediamo interventi architettonici di pessimo gusto, l\’architettura intesa come vanagloria, come avidit\à di fama, come speculazione ed arricchimento personale. Quando accompagno la nonna all\’ospedale, chiedo che la curino, che me la rimettano in piedi. Se poi dopo gli esami e le cure mi restituiscono una donna vagamente somigliante, non sono soddisfatto, non \è pi\ù la mia nonna. Per restauro intendo esattamente il concetto espresso con parole molto chiare dal prof. Manfredo Tafuri di cui riporto, in integrale, parte del corso monografico su Leon Battista Alberti il 23-01-1993: \“\… il moderno atteggiamento per il restauro nasce nell\’ottocento dalla coscienza della cattiveria del nostro tempo e quindi \è un antidoto esattamente com\’\è la storia. Anche la Storia \è uno strumento moderno: noi vogliamo ricordare perch\é siamo gli esseri pi\ù distruttori mai nati sul suolo del mondo, quindi abbiamo bisogno di ricordare in quanto cancelliamo continuamente. \“Pi\ù avanza il deserto \– scrive il direttore del Louvre \– pi\ù s\’ingigantisce il museo\”, cio\è il deserto \è la vita reale, e pi\ù questa avanza sotto queste forme tanto pi\ù il museo s\’ingigantisce; questa \è una metafora per\ò \è chiaro che non bisogna mai dare ad una parola un significato univoco. Durante una lezione vi ho mostrato come viene trattato un monumento antico come il s. Donato nel foro di Zara: nel momento in cui gli architetti ignoti del s. donato devono fare le fondazioni non si preoccupano affatto se quelle sono antiche e sacre testimonianze, anzi per loro non sono affatto sacre perch\é rappresenta Questa \è la distanza che divide quest\’atteggiamento da Alberti, \è il caso di un umanista per il quale il restauro significa principalmente \“pietas\”. Noi oggi restauriamo senza pietas, quasi per dovere; per turismo o per riutilizzare l\’edificio; questo termine ignobile che \è il \“riutilizzo\”. Non \è pietas.
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PREMESSA ALLA TERZA EDIZIONE Con questa terza edizione colgo l\’occasione non solo per integrare la ricerca 1, ma anche, e soprattutto per emendare gli errori e i refusi che mi erano sfuggiti sulle due edizioni precedenti. Ringrazio tutti coloro che me li hanno indicati ed anche quelli che lo faranno. \“Quatro oci vede megio de do\”. (Quattro occhi vedono meglio di due.) Alcuni avrebbero voluto che avessi approfondito di pi\ù gli articoli relativi al loro campo, che facessi le note ed usassi un linguaggio pi\ù tecnico, cattedratico (serioso), ringrazio, ma non era questo lo scopo che mi ero prefissato. Desidero sottolineare che il bacino di lettori a cui intendevo ed intendo rivolgermi non \è quello del mondo accademico nei confronti dei quali non ho alcun desiderio o volont\à di sovrappormi o contrappormi. Non sono un docente, non ho titoli accademici. Sono solo ed esclusivamente un libraio ed editore appassionato di storia patria con la passione della ricerca per tutti gli aspetti inerenti Venezia. Alcuni si sono sentiti feriti ed offesi dalle mie osservazioni e dalle mie parole, per quanto ho scritto sul capitolo Oggi Venezia, mi dispiace per loro, ma questa \è la mia visione e il mio pensiero, che riconfermo in toto. Altri perch\é non ho sposato tesi ideologicamente di partito od anche \“venezianiste\”. Non ho l\’abitudine alla presunzione, pertanto quando svolgo una ricerca non ho certezze e non preventivo una tesi, ritengo che molti di questi signori facciano un uso distorto della storia ad uso, di posizioni qualunquiste, reazionarie e razziste. Ancora una volta mi trovo costretto a ripetere che il mio mestiere di libraio e di editore non mi permette di essere di parte. Il cervello \è stato dato a tutti, non \è un accessorio inutile, o un optional. Intendo continuare ad usarlo, senza fare sconti o sussiego a nessuno e in particolare ai \“potenti\”. Non amo il potere, la corruzione e la violenza con cui spesso si afferma. Uso quotidianamente la \“rete\”, strumento eccezionale e straordinario, ed \è un bene che ci sia, devo per\ò costatare che si \è trasformata col tempo sempre pi\ù in uno strumento per mettersi in vetrina per esibirsi, per \“uscire\” dall\’a-nonimato, ovvero, anche in questo caso, ha pi\ù peso apparire che essere; la stragrande maggioranza delle pagine sono unicamente un copia e incolla, rarissime volte trovo le citazioni delle fonti. Devo constatare con rammarico che a tutt\’oggi le ali dell\’ignoranza che ci avvolgono, spesso sono solo il frutto della superbia intesa come presunzione, dei pregiudizi, dell\’ignoranza che genera e alimenta l\’arroganza. A nessuno pu\ò essere tolta la possibilit\à di esprimersi o negato il diritto di fare domande, puntate il dito sulle singole voci e chiedete chiarimenti \è un vostro diritto. L\’et\à della pietra non \è finita per mancanza di pietre e neppure l\’impero romano per mancanza di romani, cos\ì credo. Le parole hanno un significato un peso, un bianca casa non \è la casa bianca, un prato verde non \è verde prato. In questo contesto quando arrivano i barbari, che mettono in dubbio il si \è sempre fatto e detto cos\ì, forse arriva la nuova civilt\à. In questa societ\à chi ricerca l\’onest\à, la giustizia, la verit\à senza ipocrisia ovvero chi ha uno spirito libero \è visto, indicato, snobbato e spesso anche vilipeso, come il \“grillo parlante\” di collodiana memoria. Malo mori quam foedari
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I CITTADINI ORIGINARI Venezia era conscia dei propri limiti, poco pi\ù di centomila abitanti non avrebbero mai potuto reggere uno scontro e vincere militarmente contro il resto del mondo, ancor meno mantenere nel tempo i territori conquistati. Solo per brevi periodi, poche decine d\’anni, Venezia ha superato i centoottantamila abitanti, (non va sottovalutato o dimenticato che la Venezia del XV secolo occupava complessivamente un territorio che si pu\ò stimare di circa un 30\% inferiore a quello attuale, e che le guerre, ma soprattutto le frequenti epidemie di peste, ma anche di colera e di vaiolo, avevano in pi\ù e pi\ù occasioni ridotto drasticamente la popolazione.) Venezia non ha mai avuto un vero e proprio esercito, esso infatti era in gran parte costituito da compagnie di ventura ovvero: al soldo da cui poi il termine assoldato soldato. L\’idea di patria \è assolutamente recente con la nascita degli stati nazionali pertanto non \è riconducibile alla Repubblica Serenissima essendo gi\à caduta nel 1797 1. Non ha mai avuto neppure una vera e propria marina militare come la intendiamo oggi; infatti le navi commerciali venivano in caso di necessit\à militarizzate e al pi\ù affiancate da alcune navi appoggio militari. Come avrebbe potuto resistere militarmente alle aggressioni esterne? \È evidente che non aveva, con le dovute eccezioni, necessit\à di difendersi all\’interno della citt\à poich\é tutti aspiravano a vivere, lavorare od anche entrare a far parte in qualche forma dello Stato veneziano. La diversit\à di religione o confessione e ancor pi\ù quella intellettuale era rispettata, protetta e in alcuni casi stimolata. Col fine di evitare pressioni sociali che avrebbero potuto stimolare la nuova \“borghesia\” magari con l\’appoggio dei ceti popolari, dalla fine del XIV secolo fu istituito un ceto intermedio che si collocava tra il popolo e i nobili chiamato Cittadini Originari. Da chi era composto questo ceto \è presto detto: artigiani, commercianti, liberi professionisti avvocati, medici, notai che nel corso del tempo, per capacit\à imprenditoriali avevano raggiunto posizioni economiche di tutto rispetto, a volte anche superiori ai patrimoni posseduti dai patrizi. L\’imposizione di far ricoprire le cariche unicamente ai Cittadini Originari obbediva ad una precisa scelta di logica politica: attribuire un ruolo nella struttura sociale veneziana a questo ceto che era stato escluso in parte, se non dopo molte verifiche sulle capacit\à e sui titoli acquisiti dalle cariche politiche della Serenissima. Si trattava, in pratica, di un espediente utile a frenare il possibile risentimento contro il governo della classe intermedia, fra il patriziato e il popolo. Rapportandoli ad un termine pi\ù moderno ed attuale, potrei definirli la nuova classe dirigente. Anche in questo caso Venezia adotta un comportamento controcorrente, preferisce concedere con pi\ù facilit\à la cittadinanza originaria a chi tra gli imprenditori ha origini straniera con pi\ù legami commerciali e spesso anche di parentela con residenti extra territorio veneziano, invece di concederla ai nativi. Questo comportamento ha motivazioni logiche e razionali. Rinforzare gli scambi e, di conseguenza, l\’economia ed anche in parte limitare le situazioni di tensione e di belligeranza con i paesi d\’origine. Sul piano fiscale la nobilt\à accettava il contributo degli strati popolari ricchi, anche se d\’origine straniera, e li ricompensava con la concessione della cittadinanza con la possibilit\à di divenire dipendenti dello stato (notai cancellieri avvocati ecc.) ed altre competenze in materia commerciale. Il sistema tributario applicato dal governo della Serenissima era stato nel corso degli anni pi\ù volte modificato. Gran parte del gettito del prelievo fiscale in estrema ed ovviamente incompleta sintesi si basava sui dazi e le tasse sulle transazioni mercantili, sul prelievo sulla propriet\à terriera e sulla produzione agricola. Dopo il 1463, a dieci anni dalla caduta di Costantinopoli, per sostenere le spese belliche, dapprima lo stato utilizz\ò i prestiti volontari dei privati ed introdusse quelli obbligatori. Poi in seguito, non essendosi dimostrato questo sistema sufficiente a colmare il debito pubblico che continuava ad espandersi, fu introdotta l\’imposta sul reddito chiamata \“redecima\”. I meccanismi per l\’applicazione dell\’imposta ordinaria si basarono sulle denunce sui redditi imponibili. In particolare sulle propriet\à immobiliari in base alle caratteristiche della propriet\à, fosse terriera, abitativa, commerciale e in base al reddito percepito non dimenticando per la valutazione la condizione delle propriet\à e la localit\à. Per le verifiche fu istituita una magistratura \“Dieci Savi sopra le decime\”. Pare ormai appurato che la popolazione residente a Venezia versasse pi\ù imposte rispetto a quelle assoggettate alla terraferma. Questi prelievi erano utilizzati nel luogo della riscossione, con l\’eccezione delle imposte sul sale che erano versate direttamente all\’Ufficio del sale. I proventi dalla tassazione sul sale erano utilizzati non solo per rimpinguare le finanze, ma anche con finalit\à commerciali: per ammortizzare i costi delle navi armate (galere), per ridurre il costo dei noli ai mercanti ed anche per sovvenzionare gli studi e le progettazioni navali. Le imposte gravavano pi\ù sui beni posseduti che sulle persone fisiche. Per chi volesse saperne di pi\ù consiglio l\’ottimo lavoro sviluppato nel volume Denaro, navi e mercanti a Venezia 1200 - 1600 di Jean-Claude Hocquet. Come si poteva ottenere la cittadinanza originaria, \è tuttora motivo di studio. Di certo abbiamo memoria che non era sufficiente essere possidenti in grado di fare generose \“donazioni obbligatorie\” allo Stato, ma tra i requisiti era indispensabile una nobilt\à d\’animo, ovvero non avere precedenti o pendenze penali in corso, neppure tra i parenti. Nessuna llimitazione si poneva per le origini razziali. Il titolo non era dinastico, infatti non tutti gli eredi erano disponibile ad essere dipendenti dello stato ed alcuni preferivano mantenere la libera professione, in ogni caso potevano fare richiesta di farne parte e pi\ù facilmente veniva accolta la loro domanda. Eugenio Musatti in: Guida storica di Venezia, scrive: \“La veneta cittadinanza era di due specie, originaria e conceduta per grazia. Ad ottenerla prima, richiedevasi legittimit\à di nascita (in Venezia), per tre gradi, cio\è per s\é, padre ed avo, non aver esercitata arte meccanica 3 ; non essere de-scritti nei registri criminali (raspe) e possedere beni in Decima (Catasto); la seconda accordavasi a chi avesse abitato in Venezia per 15 anni, pagando le imposte. Compiute le prescritte formalit\à, e per voto dei tre Avogadori di Comune, avveniva l\’iscrizione (decreto del Maggior Consiglio 3 luglio 1569) nel registro delle cittadinanze, detto anche Libro d\’Argento, per distinguerlo dal Libro d\’oro, istituito per registrare legalmente le prove di nobilt\à .\” Di certo si \è a conoscenza che anche all\’interno di questo ceto vi erano gradi che portavano a notevoli vantaggi. La cittadinanza poteva essere concessa: \“de iure\” o \“de gratia\” che a loro volta potevano essere: \“de intus\” o \“de extra\”. Per ottenere la cittadinanza \“de intus\”, in altre parole essere naturalizzato come cittadino veneziano, che era indispensabile per esercitare il commercio interno e il pubblico impiego, erano necessari almeno 15 anni di permanenza in citt\à. Per la cittadinanza \“de extra\”, in altre parole essere naturalizzato cittadino veneto per il commercio estero via nave, almeno 25. Nel 1410 e nel 1438 furono approvate dal Consiglio dei Dieci due leggi in cui si riservava ai soli Cittadini Originari l\’esercizio delle cariche di maggior valore e responsabilit\à all\’interno delle confraternite. Per maggiori approfondimenti e chiarimenti si veda A. Zannini, Burocrazia e burocrati in et\à moderna, i cittadini originari, sec. XVI - XVIII. Per chi ha pi\ù tempo e pu\ò spostarsi a Venezia suggerisco di consultare anche i manoscritti (cinque grossi volumi di 250 pagine) di Giuseppe Tassini, Notizie storiche e genealogiche sui Cittadini veneziani, Museo Correr, Provenienze diverse, 4 c. Si tratta di una raccolta di alcune centinaia di genealogie di famiglie cittadinesche, con notizie storiche, schizzi di stemmi e quante altre indicazioni lo studioso abbia potuto rintracciare. Il lavoro \è preceduto da un avvertimento, che ne dice esattamente il valore: \“Dichiaro di non credere d\’aver fatto lavoro perfetto, ma soltanto d\’aver raccolto una buona messe di notizie, che, scelte all\’uopo e vagliate, possano servire all\’utile mio, ed a quello degli altri studiosi.\” Il numero dei Cittadini Originari, quando nel 1586 Venezia contava circa centocinquantamila abitanti, era di settemilaseicento, ben di pi\ù della nobilt\à che nella sua totalit\à, donne e bambini compresi, assommava a seimilatrentanove individui.
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Sono un visionario? Ad unanimit\à il mondo degli storici dell'arte dicono che le tele di Giorgione non sono firmate. Le ho trovate in tutte le sue opere certe, cosa ne pensate? Laura (a mio avviso Lucrezia, colei che per essere stata violentata da Tarquinio si \è uccisa) Vi pare naturale la sciarpa nello scorrimento vi vedo una Z. La Vecchia. Fate caso che indica il cuore con la mano destra, il motto compone assieme alla mano un Z La venere dormiente fate caso al sentiero che sale verso la collina compone una Z. Mi fermo qua ma su Giorgione avrei ancora qualcosina da dire, l'ho studiato per una vita.

 


Ottimo il ristorante ottima l accoglienza ottima la posizione prezzo onesto grazie allo staff. Buona impianto audio video. Si possono assistere a tutti gli eventing sportivi in HD

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bellissima e buonissima, se passate di li andate dal moro's pasta fresh and go...รจ davvero squisitissimo

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